In occasione della Giornata Mondiale della Malattia di Chagas del 14 aprile 2021, abbiamo avuto il piacere di ospitare una diretta sulla nostra pagina Facebook, quale evento appartenente al ciclo di incontri gratuiti dedicato alla divulgazione scientifica e alla sensibilizzazione delle cosiddette malattie tropicali dimenticate.  A tal proposito, il protagonista indiscusso di questo incontro è stato proprio il Chagas: una malattia infettiva potenzialmente pericolosa causata dal contatto umano con le feci o l’urina delle cimici triatomine, infestanti le case delle zone endemiche, soprattutto in contesti rurali o degradati.

 

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Dall’evento, che ha visto coinvolti esperti di stampo internazionale, è emerso sin da subito come questa malattia, sebbene originaria dell’America Latina, si sia ben presto diffusa anche in altri paesi, tra cui quelli europei, soprattutto a causa delle migrazioni irregolari di soggetti provenienti dalle aree endemiche che, scontrandosi con le difficoltà di accesso all’assistenza sanitaria, unitamente alla scarsa consapevolezza dei rischi connessi alla mancata cura o prevenzione, contribuiscono a diffondere l’infezione.

Questa, si è visto, può essere contratta per vie diverse, tra cui trasfusioni, trapianti o per trasmissione verticale (da madre a figlio) e può restare a lungo latente, ragion per cui è molto spesso difficile da diagnosticare tempestivamente.  Non solo, come anche affermato da Ricardo Strauss, ricercatore al Bernhard Nocht Institute for Tropical Medicine, le barriere socio-culturali che spesso si instaurano con le comunità migranti a rischio, ostacolano la possibilità per gli organismi sanitari di individuare campioni su cui effettuare indagini volte a raccogliere dati e informazioni che potrebbero essere utili tanto all’implementazione di adeguate tecnologie diagnostiche e protocolli di screening specifici, quanto alla divulgazione scientifica nei confronti dei legislatori a cui spetta l’attuazione di opportune ed efficaci strategie per il controllo e l’eradicazione della malattia.

 

Un momento dell’evento che si è tenuto in diretta su Facebook

Ebbene, dopo la panoramica sullo sviluppo del Chagas delineataci dal responsabile UOS Malattie Infettive dell’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, Andrea Angheben, abbiamo assistito all’intervento dell’architetto e urban planner Federico Monica.

L’esperto, anche in qualità di consulente per progetti di cooperazione internazionale, ha sottolineato come il Chagas sia strettamente connesso all’ambiente urbano ed ai sistemi abitativi delle aree endemiche. Come accennato, infatti, gli insetti vettori di questa malattia vivono solitamente nelle fessure dei muri e dei tetti delle strutture domiciliari o peridomiciliari di queste zone rurali. Pertanto, la loro eradicazione dipende anche dal miglioramento delle soluzioni abitative. Tuttavia, applicare o mantenere gli standard abitativi tipici dei paesi occidentali o economicamente più sviluppati, non è così semplice ed efficace in queste regioni più marginalizzate, dove l’economia in questo settore è piuttosto precaria e prevale l’abitazione informale. Federico ha quindi spiegato come in questi casi risulti curiosamente più efficace l’applicazione diffusa di soluzioni molto semplici e già tradizionalmente individuate dalle comunità locali, come ad esempio imbiancare le pareti per una più facile individuazione degli insetti da debellare.

 

Queste soluzioni, in apparenza poco efficienti, si dimostrano in realtà particolarmente vincenti nei contesti di riferimento, poiché non richiedono particolari investimenti e sono facilmente replicabili da tutti gli abitanti locali, che spesso, tra l’altro, non vogliono spostarsi in una nuova unità abitativa migliorata, ma culturalmente e fisicamente distante dalla loro comunità. Il successo del “social housing”, quindi richiede sicuramente tempo, ma soprattutto dipende dalla percezione e dalle priorità delle comunità locali.

 

 

Per quanto concerne invece il controllo del rischio di trasmissione in Europa, la biologa ricercatrice Simona Gabrielli, ha ribadito da un lato le difficoltà di effettuare diagnosi tempestive a causa della lunga latenza dell’infezione, dall’altro la necessità di adottare appropriate strategie di controllo da parte dei diversi Paesi. Nel 2015, con l’introduzione in Italia di una legislazione nazionale in materia di qualità e sicurezza del sangue e degli emocomponenti, si era assistito ad una diminuzione della percentuale di donatori siero positivi (dal 4% allo 0,5%). Tuttavia, sebbene ogni paese abbia adottato diverse strategie di contenimento dei rischi di contagio, la situazione è ad oggi ancora piuttosto eterogenea e lacunosa. È necessario quindi adottare una maggiore regolamentazione, migliorando e stabilendo degli standard di screening più efficienti ed omologati tra i paesi europei.

 

Purtroppo, i dati che si hanno attualmente a disposizione non sono sufficienti ad esprimere la reale situazione europea. Tre sono perciò le sfide su cui concordano gli esperti coinvolti: la prima è quella di rompere il silenzio in cui prospera questa malattia, attraverso la divulgazione e la sensibilizzazione; la seconda è quella di abbattere le barriere sociali che incontrano i migranti nei confronti della sanità; mentre la terza è quella di stabilire le opportune raccomandazioni contro la trasmissione dell’infezione. In tal senso, associazioni come AILMAC (Associazione Italiana Lotta Malattia di Chagas) di cui si è fatto portavoce Gabriel Ledezma, vengono in aiuto organizzando giornate di screening gratuito e offrendo supporto socio-sanitario, permettendo così di entrare in contatto con le comunità a rischio e raccogliere dati utili a combattere la diffusione del Chagas.

 

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Giada Zatelli

 

La malattia di Chagas: una silente minaccia anche in Europa