Venerdì 1 giugno, io, Silvia, una ragazza venuta in Etiopia per condurre delle interviste per la sua ricerca di dottorato riguardante le lavoratrici domestiche e Measa, l’educatrice sociale che lavora presso l’ufficio CVM di Debre Markos, abbiamo incontrato Tena, una ragazza che fa parte del Andinet network, una rete di lavoratrici domestiche costituitasi grazie all’impegno di CVM a Debre Markos, nella zona dell’East Gojjam, nella regione dell’Amhara.

Tena (2a da ds) che peraltro è una delle leader del network, si è resa disponibile per raccontarci la sua storia e così abbiamo avuto la possibilità ed il privilegio di ascoltare dalle parole di chi certe situazioni le ha vissute, altrimenti risulterebbe quasi impossibile descriverle, qual è il percorso che molte ragazze devono affrontare quando svolgono il lavoro di tipo domestico. Era la prima volta che mi trovavo in prima persona a fare un’intervista riguardante esperienze così personali e il cui ricordo è magari tenuto in un anfratto nascosto della mente di chi parla, motivo per cui all’inizio, non sapevo bene come muovermi, fino a che punto mi sarei potuta spingere con le domande e quando invece avrei dovuto tenere a freno la mia curiosità e la voglia di capire una realtà così complessa e che, se non avessi fatto io stessa le domande, avrei faticato a credere possibile esistere ai giorni nostri. Nonostante questi miei timori, Tena si è mostrata fin da subito a suo agio nel parlare con noi, rendendoci così partecipi di frammenti della sua vita passata.

Tena ci racconta che ha iniziato a lavorare come lavoratrice domestica fin da giovane, nella casa degli zii. Aveva 15 anni quando il padre morì e perciò trasferirsi e lavorare nella casa degli zii era l’unico modo per poter continuare gli studi. Nonostante il grado di parentela, gli zii non si curavano molto di Tena, la quale doveva lavorare 7 giorni su 7 e l’unico tempo libero che aveva era quello per andare a scuola, unica attività sulla quale rimaneva concentrata per non pensare alla sua situazione. Non vi era alcuna retribuzione per il suo lavoro “full-time”, l’unico modo in cui gli zii la ricompensavano era pagandole gli studi. Dopo essersi laureata al College in ICT (Informatic Communication Technology), ha iniziato a lavorare come contabile presso l’ufficio di un’organizzazione governativa a Debre Helias, una cittadina situata ad una trentina di km da Debre Markos. Lavorava presso quell’ufficio governativo già da due anni, quando un giorno, dopo essere rientrata dalle vacanze, si accorse che nel libretto delle ricevute, utilizzato per emettere la ricevuta quando veniva ricevuto del denaro, nell’ultima di quelle ricevute vi era la sua firma, risultava quindi che lei avesse ricevuto del denaro che però non c’era. La somma di denaro che risultava essere stata rubata corrispondeva in moneta locale a 53.000 Birr, l’equivalente di 1.650 €, (la somma in € dipende dal cambio della valuta e dato il livello di inflazione in crescita continua è molto variabile), tuttavia, quel denaro Tena non l’aveva mai ricevuto. Ovviamente spiegò di non essere stata lei a prendere quei soldi e che qualcuno aveva falsificato la sua firma, ma la ritennero comunque colpevole di quel furto e la riposta che ricevette fu, che se non avesse restituito il denaro, sarebbe andata in carcere. Sì, prima sarebbe andata in carcere e poi avrebbero iniziato il processo, questo era il prezzo da pagare per provare la propria innocenza. Tena, oltre a non voler andare in carcere preventivamente, non poteva permettersi di sostenere le spese processuali, anche se alla fine, dopo aver provato la sua innocenza, le sarebbero state restituite; per questo per ripagare il furto commesso a suo nome, Tena decise di partire per l’Arabia Saudita e là trovare un impiego come lavoratrice domestica. Inoltre, affermava Tena, che qui, non è conveniente iniziare un processo contro un’organizzazione politica.

Ho chiesto a Tena come ha trovato questo “lavoro” e mi ha spiegato che una sua amica si trovava già in Arabia Saudita a lavorare come domestic worker. Proprio lei l’ha messa in contatto con quello che viene definito il broker, ossia la persona che fa da mediatore tra le ragazze che cercano un impiego come domestic workers e le famiglie e che si occupa di gestire la partenza e l’arrivo delle ragazze in Arabia Saudita. È lui che negozia con i futuri datori di lavoro e per questo anche a lui le ragazze devono dare una parte della propria paga mensile. L’amica, con cui Tena si era messa in contatto, lavorava come domestic workers proprio presso il broker. Così, facendosi prestare i soldi per comprare il biglietto aereo da degli amici, Tena partì. Non appena arrivata in Arabia, le fu sottratto il passaporto, di modo che non potesse fuggire. Inoltre, per non far preoccupare la madre, Tena non le aveva raccontato dove sarebbe andata e perché; è per questo che nel primo periodo, chiamava la madre solo da un telefono fisso, e quando questa le chiedeva perché non tornava a casa le diceva che era malata e per questo si trovava molto lontano da casa, in un luogo conosciuto per l’holy water, che viene utilizzata come trattamento curativo. Solo quando è riuscita ad accumulare la somma da restituire, ha raccontato alla madre la verità.

Poi ho chiesto a Tena come si trovava nella famiglia presso cui viveva ed era impiegata come domestica.

Il lavoro era estenuante. Lavorava per diciotto ore, nessun momento di riposo, se non la notte, per dormire, quando le venivano concesse cinque, al massimo sei ore. Nonostante la famiglia non fosse così numerosa, infatti dei 4 figli solo due vivevano nella casa (gli altri due lavoravano e vivevano fuori) ed il padre si trovava per lunghi periodi in Kuwait per lavoro, ogni giorno Tena doveva cucinare e lavare i vestiti di diciassette bambini; quando Tena mi disse questo numero, prima in amarico e poi in inglese, credendo di non aver capito bene lo richiesi, non una, ma due volte, ma purtroppo non mi ero sbagliata, quello che avevo capito era il numero esatto, diciassette bambini ogni giorno accorrevano dalle famiglie vicine per mangiare quello che Tena preparava. Lei, che invece poteva mangiare una sola volta al giorno, questa era la razione cibo che le veniva concessa dalla “madre” di famiglia, definirla così mi fa rabbrividire e penso sia un’offesa a tutte le donne che madri lo sono davvero e non solo con i loro figli; preferisco definirla come “colei che gestiva la casa” razionava il cibo, lo contava ed anzi se avanzava, preferiva buttarlo nella spazzatura, piuttosto che lasciarlo a Tena. Ecco perché, quando era stremata e senza forze, Tena beveva dell’acqua con un po’ di zucchero, o mangiava i biscotti scaduti.

A causa della mancanza di un’alimentazione adeguata, per un essere umano che peraltro lavora a queste condizioni, Tena ebbe dei problemi al fegato e quando andò all’ospedale, i dottori le dissero che avrebbe dovuto nutrirsi in maniera corretta, ma una volta tornata a casa, niente cambiò. Tutto ciò ebbe delle ripercussioni sull’organismo di Tena, che infatti ancora adesso, spesso quando mangia, in modo regolare, il suo corpo ne risente. È forse per questo, che quando le chiesi cosa faceva la madre tutto il giorno, per capire che tipo di vita svolgesse ed il tenore della famiglia, mi rispose specificamente che, oltre a dormire, mangiava cioccolata.

Il venerdì e la domenica, ci spiega Tena, la famiglia andava a cena fuori con gli amici e questo era l’unico momento di uscita che le veniva concesso, sempre sotto osservazione ovviamente. In quelle occasioni però Tena poteva incontrare le ragazze che lavoravano anch’esse come domestic workers. Parlando con loro, le chiese come facessero a sopravvivere, dato che il cibo veniva addirittura contato, le altre ragazze le dissero che l’unica soluzione era quella di mangiare “cose invisibili”, la cui diminuzione non dava nell’occhio. Confrontarsi con ragazze che vivevano la sua stessa situazione era per Tena l’unico motivo di conforto.

Chiesi a Tena che rapporto aveva con i bambini, i figli della sua padrona. Lei ci disse che con loro si trovava bene ed anzi, quando parlando con loro lei gli confidava che il cibo che le dava la signora era ben poco, anch’essi chiedevano alla madre come mai e lei, solo davanti a loro, si comportava come una persona civile, facendo finta di essere disponibile e concedendole più cibo.

Un altro triste episodio che Tena ci ha raccontato fu quando, pulendo le vetrate della casa, cadde e si fece male il polso e la gamba, anche in quel caso andò all’ospedale, tuttavia una volta ritornata a casa, la signora non le diede il tempo per riprendersi e subito iniziò a lavorare, nonostante le fratture ed il già debilitato stato di salute.

Dopo un anno e otto mesi, Tena decise di porre fine a quell’inferno, non riusciva più a sopportare quelle condizioni di vita e decise di tornare in Etiopia. Per poter tornare tuttavia, visto che i patti prevedevano che la durata minima della permanenza sarebbe stata due anni, dovette inventarsi che la madre era malata e perciò era urgente il suo ritorno, visto che tra l’altro era stata privata del suo passaporto.

Una volta tornata a casa, in Etiopia, Tena si iscrisse presso il registro delle lavoratrici domestiche presente nella sua kebele, una divisione amministrativa che può avere una popolazione variante dai 5.000 fino ai 7.000 abitanti. Il CVM, quando chiese questo registro, per dare la possibilità alle lavoratrici domestiche che corrispondevano ai criteri stabiliti di ricevere dei training, si mise in contatto con Tena. Da quel momento nacque un legame con l’Organizzazione che tutt’ora persiste. Tena seguì diversi training grazie al CVM, come quelli di ‘basic business skills’, ‘lifeskills’, ‘leadership’ e ‘preparazione degli alimenti’. Questi training sono stati molto utili per me, afferma Tena e sicuramente in futuro vorrei partecipare agli altri training, previsti nel nuovo progetto, come quello di competenze informatiche di base e di inglese. L’elemento che Tena più apprezza del CVM e che l’ha colpita positivamente, è stata la modalità nella quale vengono portati avanti i progetti, che non sono un’elargizione di denaro fine a se stessa, ma tutte le attività che vengono portate avanti sono implementate nell’ottica della sostenibilità. Una parola sempre utilizzata nei progetti di cooperazione allo sviluppo, ma raramente applicata di fatto. Sostenibilità perché, l’importante di questi progetti, spiega Tena, sono le opportunità che CVM offre ai destinatari svolgendo questi training che permettono di acquisire competenze e quindi di aumentare la propria professionalità.

CVM ha dato inoltre un capitale iniziale per l’attività dell’Associazione delle domestic workers di cui Tena fa parte ed ora, grazie alla concessione del terreno da parte del governo, le donne facenti parte dell’Associazione si stanno preparando per aprire un piccolo ristorante ed iniziare così la propria IGA (Income Generating Activity), ossia un’attività produttrice di reddito che permetterà a queste donne di vivere in maniera dignitosa, indipendente e di credere, ancora di più, nella speranza.

Ilaria Pasello, volontaria CVM in Etiopia

Tena: la testimonianza di un riscatto
Tag: