Mi chiamo Alex, ho trentaquattro anni e vengo dalla Nigeria.

C’era una volta una casa a Obot-Akara dove vivevo assieme ai miei genitori, tre fratelli e due sorelle. Vengo dal Sud-est del paese, quell’area conosciuta come il Delta del Niger, ricca di palme da olio e di petrolio. Sono stato un bambino felice, c’era amore nella mia casa. Finite le scuole, diventai elettricista, mi innamorai di una donna che decisi di sposare. Quando la mia compagna rimase incinta, nel giro di pochissimo tempo cadde preda di una crisi depressiva che infine la portò ad assumere delle pillole abortive che però le furono fatali. So solo che tornato a casa dal lavoro, la trovai che si stava dissanguando sul letto, fece solo in tempo a dirmi che cosa aveva ingerito.

Nella nostra cultura l’aborto è un abominio e va punito: la mia sorte era di morire insieme alla mia compagna. La famiglia della donna ha incendiato la mia casa, uccidendo nel rogo mio padre che viveva da anni infermo; mia madre morì poco dopo per un incidente stradale. I miei fratelli e sorelle sono stati costretti alla fuga, così come me. In preda alla disperazione più totale, ho dapprima raggiunto il Nord del paese, dove ho trovato ospitalità presso la famiglia di un mio amico; tuttavia, nel giro di qualche settimana, i militanti jihadisti di Boko Haram catturarono gran parte dei miei conoscenti e scampato per miracolo alla cattura, decisi di lasciare il paese insieme al mio amico. Fu lui che mi parlò della possibilità di andare in Europa, fu lui che per la prima volta mi parlò di una terra di uomini liberi al di là del mar Mediterraneo. Così lo seguii in Libia che nel 2013 era ancora una terra di fuoco. Mentre l’attraversammo, il deserto ci accecava e ci affamava e dovunque regnava il caos; finimmo in mezzo ad uno scontro tra milizie rivali e fummo sbattuti in una lugubre prigione. Per fortuna dopo tre mesi, una milizia nemica si riappropriò del territorio e ci liberò in massa.

Il più in fretta possibile raggiungemmo il mare. Io non avevo soldi con me, nella fuga non avevo potuto prendere nulla, così fu il mio amico a pagarmi il viaggio. La traversata non durò molto, in tre giorni arrivammo. Durante quella fuga non avevo avuto tempo per riflettere, per pensare, per capire dove stavo andando. Solo l’istinto di sopravvivere mi guidava e l’indicibile dolore che mi bruciava dentro per le perdite subite mi dava ancor più voglia di scappare, di lasciarmi tutto quello alle spalle.

Il mare ci era permesso vederlo solo di notte, ma quando ormai prossimi alla costa lo vidi di giorno, provai un enorme senso di smarrimento. Ero spaventatissimo. A Lampedusa, dopo mesi di atrocità, incontrai persone dagli occhi buoni, che ci diedero vestiti, perché ne eravamo rimasti privi, ci diedero da mangiare e ci portarono in un centro di prima accoglienza. Da lì ci mandarono in un campo profughi di Crotone, dove ne eravamo a migliaia.

Dopo qualche settimana mi hanno rilasciato, con un permesso di soggiorno provvisorio, vedendomi così negata la protezione internazionale di rifugiato. Ho vissuto in diverse città della Calabria, sopravvivendo un po’ raccogliendo le arance ma soprattutto grazie all’aiuto economico di qualche buona anima lungo la strada. Dopo due anni, mi sono spostato nelle marche, dove ancora oggi vivo, ospite di una mia amica nigeriana. Vista l’entità economica del territorio, ho fatto un corso di formazione per montaggio delle calzature, lavoro che ho imparato molto bene, ma che non ho mai avuto il privilegio né la possibilità di fare.

Qui in Italia è dunque cominciata un’altra durissima lotta alla sopravvivenza.  Da anni vivo di elemosina. C’è il direttore di un supermercato della zona che mi offre regolarmente un pasto. Se non ci fosse stato lui, non so cosa ne sarebbe di me oggi. Qui non c’è il rischio che camminando per strada qualcuno ti punti un fucile in testa, ma io non sono affatto al sicuro, specialmente durante questa pandemia.

Mi sento dentro una prigione, impossibilitato ad agire: nella mia terra non ho una casa in cui tornare e qui non ho il diritto ad averne una in cui abitare; non posso interagire con niente e con nessuno, perché io semplicemente non esisto, io sono invisibile e per qualche strana beffa del destino, persino scuro di pelle. L’avvocato con cui ero in contatto per aiutarmi in questa lotta, ha smesso di rispondermi al telefono da mesi. Mi sento smarrito, perduto dentro una trappola da cui non so più come uscire. Sono anni che lotto per sopravvivere, e solo Dio e i buoni samaritani che incontro lungo la strada mi danno la forza per farlo. In questo momento di grande difficoltà per l’Italia e per il mondo intero ci sentiamo tutti un po’ più vulnerabili e si comprende ancora meglio la necessità e l’importanza di avere un lavoro.

Ho deciso di condividere la mia storia perché alla luce di quest’importante accordo raggiunto sui migranti irregolari, possiate capire che qui fuori ne siamo a migliaia, uomini, donne, bambini tutti uguali, tutti diversi, ognuno con la propria particolarissima storia da raccontare o da dimenticare, ognuno con i propri orrori e atrocità subite o scampate; siamo vite negate, siamo risorse sfruttate che vengono usate e gettate via; siamo un esercito di invisibili che non chiedono altro se non il permesso di integrarsi all’interno di un sistema che ci garantisca diritti e doveri e ci consenta di vivere una vita onesta e dignitosa.

(Il nome di Alex è stato modificato per proteggere l’identità della persona)

Storia raccolta da Laura Vallesi

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