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Le testimonianze di Mina, Direttrice didattica di Castelluccio Superiore (Potenza). Ha partecipato, in Etiopia, a un progetto sanitario.
Bahir Dar, 30.08.2002
Carissimi amici,
è da lungo tempo che non ricevo più messaggi da tutti voi; credo che, come sempre accade in Italia, in coincidenza dell'estate vi siate concessi la meritata pausa dagli impegni di qualsivoglia natura.
Riconosco comunque che il lungo silenzio è stato determinato anche dalla mia latitanza, poichè ricomincio a scrivere dopo un pausa interminabile.
Si tratta comunque solo di un silenzio di penna, vi ho inviato innumerevoli lettere, senza però riuscire a trovare il tempo di dar forma leggibile ai messaggi che registravo mentalmente. Anche questa lettera altro non è che la mera trascrizione di una serie di pensieri e riflessioni che si accavallano nella mia mente e che accompagnano la mia quotidianità.
Quasi ogni sera mi ripromettevo di dare visibilità all'interminabile lavorio mentale, ma poi la stanchezza ha sempre prevalso, insieme alla necessità di raccogliermi in solitudine, per ripercorrere e rivisitare l'insieme delle situazioni vissute durante il giorno.
Il deserto è facilitato dall'immancabile acquazzone serale, come in questo preciso momento, e dal buio che avvolge l'intera cittadina. Un buio reso ancora più totale dall'assenza di elettricità, nella mia casa per intervalli di tempo molto brevi, ma nel circondario per lunghe ore.
Non è facile adattarsi ad un ritmo di vita scandito dalla luce solare che ti induce al risveglio all'alba e ti riporta al silenzio più totale e a te stessa quando il ciclo del giorno, naturalmente, si chiude.
Manca comunque poco tempo per l'inizio della stagione secca, festeggeremo il capodanno tra circa due settimane e poi ancora 15 giorni per Meskal, la festa che annuncia l'arrivo della primavera.
E' proprio un caleidoscopio rovesciato perchè mentre da voi l'estate sta volgendo al termine e l'autunno, pur ammantato dei suoi splendidi colori, annuncia il lungo e freddo inverno, in questa parte dell'emisfero tutti aspettiamo la lunga stagione calda.
Vi confesso che talvolta sento la mancanza del susseguirsi delle stagioni, con i loro mutevolti volti; ricordo che ogni passaggio era carico di nostalgia per la fase che terminava, ma poi il gusto di assaporare con tutti i sensi, le luci, i colori, i profumi, i rumori del nuovo tempo che si approcciava annullava la sensazione di disagio conseguente al riadattamento.
La sensazione che provo invece quando la stagione delle piogge è nella sua fase più cruciale, è quella, pur con la sua breve durata, di un lasso di tempo interminabile.
Camminare nel fango, percorrere strade ridotte a laghi, osservare le persone intirizzite dal freddo, pensare ai bimbi di strada all'adiaccio, alle capanne di fango che ricevono colpi irreparabili, mi fa sentire oltremisura colpevole e privilegiata.
Mi rendo conto in questo momento che vi ho descritto queste immagini un'infinità di volte e, forse, un'altra ragione del mio silenzio è proprio imputabile alla sensazione di non riuscire a rendere la realtà nella sua veridicità e crudezza.
Ne ho avuto l'esatta percezione in coincidenza dell'arrivo di mia sorella, che di fronte alla moltitudine di poveri e sofferenti continuava a sostenere di non aver mai realizzato quanto esteso fosse il problema, nonostante i miei interminabili racconti, le mie foto o diapositive. Deve essere davvero un effetto molto difficile da spiegare quello di vedere che le immagini rese con le parole o la macchina fotografica si concretizzano in persone con volti e nomi.
Oggi è venuta in ufficio una giovane donna sieropositiva, con il suo bimbo di cinque anni che convive con il virus dalla nascita. Un bimbo di cinque anni, con immensi occhi e un corpo ridotto a pelle e ossa, un corpo dilianato, in quel breve lasso di tempo che è stato con noi, da colpi di tosse violenti e irrefrenabili. Per gli ultimi giorni che gli restano da vivere ama nutrirsi di cibi molto costosi, pane, latte, pesce e banane, che la mamma, con un sussidio di 80 Birr al mese (circa 9 Euro) non sempre riesce a soddisfare. Alle mie scarne domande in un amarico poverissimo assentiva solo con un impercettibile movimento degli occhi. Teodoros non ha mai avuto la gioia di potersi sostenere sulle sue gambe, di giocare, di correre, vive la sua breve infanzia tra medicinali, ospedale e grandi e indicibili sofferenze.
Stringere le sue mani, osservare il suo dolore, paradossalmente, è stata una sferzata alla mia stupida e inutile stanchezza perchè troppo semplice e immediato diventa l'arrendersi e affermare che è impossibile sconfiggere la povertà e la sofferenza ad essa inevitabilmente connessa.
Perchè impossibile? Si tratta di continuare a ribadire, anche a me stessa, che siamo noi tutti, consapevoli e coscienti di quanto accade, anche se talvolta ce lo nascondiamo, per sopravvivere e non soccombere alla colpa universale e, in quanto tale, individuale, artefici non solo della nostra vita, ma di tutte le esistenze che non possono dispiegarsi fisicamente e mentalmente per l'assenza degli elementi di base.
Ed ecco allora che ricomincio il mio cammino con i miei colleghi e amici etiopi, dispiegando le vele della creatività, alla ricerca di nuove strategie e modalità che diano vita e sostanza al progetto.
Il progetto....procede pur tra mille intoppi, quale quella della ristrutturazione degli uffici governativi, che ha visto il trasferimento forzato di un numero considerevole di impiegati di diversi livelli dagli uffici regionali e zonali a quelli di woreda e kebele.
Quando si parla di woreda si parla di villaggi, a volte raggiungibili con un giorno di pullman e due giorni di mulo.
Un movimento di persone durato, nelle sue diverse fasi, circa cinque mesi e che, per le sue inevitabili e comprensibili ripercussioni, sferra i suoi contraccolpi ancora.
Oltre a Bahir Dar, siamo operativi anche a Gondar, Debre Markos, Injibara e Debre Tabor, dove i colleghi hanno cominciato a camminare insieme ai responsabili governativi, nonchè alla comunità, per dare concretezza alle attività finalizzate non solo a informare, educare, ma anche ad indurre un cambiamento nei comportamenti sessuali, e in alcune pratiche tradizionali, quali i matrimoni precoci, la circoncisione femminile.
E' un lavoro che richiede un tempo lungo perchè si tratta di incidere su atteggiamenti che affondano le radici in un passato non databile.
Le donne, con la loro identità da conquistare, i bambini con il loro futuro aperto alla speranza, i sieropositivi, con le loro storie cariche di sofferenza e non solo di colpe, gli etiopi nel loro insieme con la loro cultura millenaria da valorizzare e da interiorizzare, sono i protagonisti primi di un progetto che si pone la grande sfida dell'abbattimento della dipendenza, dell'autonomia dagli aiuti esterni, della sostenibilità futura.
Anche i ricoveri notturni per i bambini di strada, in Achefer e Burè sono in costruzione e quanto prima spero pronti per accogliere i primi ospiti.
Il processo di ristrutturazione politico-governativa, nonchè la lunga fase della stagione delle piogge non ha reso facile neanche questa attività. Il cambiamento delle persone responsabili prima e l'impossibilità di riempire gli interstizi dei tronchi di albero con il fango e la paglia nel corso delle torrenziali piogge poi, ha ritardato il tutto, ma cercheremo di recuperare il tempo "perso".
I bimbi sono in attesa, un'attesa che ha peraltro permesso di coinvolgere la comunità nel suo insieme, con la partecipazione in contributi materiali, quali alberi, paglia..., ma anche prestazione lavorativa giornaliera gratuita.
Mitiku e Taffetu, i due colleghi preposti alla gestione dei due progetti pilota sono al lavoro e quanto prima cominerò a raccontarvi le storie di Abeba, Tigist, Fanthaoun, Getinet.......
Per ora vi saluto, sono solo le 10:00, ma per me è già molto tardi.
Un abbraccio
Mina
Addis Abeba, 29.01.01
Ciao a tutti,
nell'ultima lettera inviata, vi avevo promesso che questa volta vi avrei raccontato di alcuni aspetti della vita etiope, per offrirvi non più e non solo la dimensione della sua povertà, ma anche quella della sua cultura.
Manterrò la promessa. ma prima voglio farvi partecipi di un incontro avuto qualche tempo fa e che come un tassello, serve a comporre il mosaico di immagini e storie che di volta in volta vi offro.
Era il giorno dell'Epifania copta, io e Geremew eravamo in giro in bici lungo l'area in cui si celebrava il Timkat.
Esausta per il caldo e la fatica di tenermi in equilibrio su un aggeggio che non domino completamente, ho invitato l'amico e collega a bere un succo di frutto. Il tempo di chiudere la bici e tre dei numerosi piccoli amici, che incontro quotidianamente in giro per la città, mi sono venuti incontro e mi hanno salutato festosamente. Li ho invitati a seguirmi nel bar, ci siamo seduti intorno ad un tavolo e mentre ognuno sorseggiava una bevanda o mangiava un dolcino, la storia dei tre piccoli si snodava come un racconto breve, ma intenso.
Samuel, il più vivace e il più "furbo" dei tre, 7 anni, con lo sguardo serio e gli occhi resi più luminosi da lacrime sospese, ha raccontato: "Fino ad una settimana fa vivevo in strada di giorno, ma di notte mi riparavo nella stanza che condividevo con la mamma e una sorella. Ora ho litigato con la mamma e pertanto ho cominciato a vivere in strada, giorno e notte. La mamma mi chiedeva di portare a casa almeno 1 birr al giorno. Io, quasi sempre, ne portavo di più, le consegnavo tutto chiedendole però in cambio qualche cents, ma lei me li rifiutava. Anche loro sono in strada tutto il giorno a chiedere l'elemosina. Il mio papà è morto circa un anno fa. Quando egli era vivo, frequentavo la prima classe, ma ho dovuto lasciarla perché la mamma non ha trovato lavoro. Ora dormo "in veranda" e di giorno sono in giro per mettere insieme un po' di soldini. Quando riesco a prendere più di quello che mi serve per mangiare un po' di 'ngera, affido i miei risparmi a un signore, proprietario del negozio qui vicino. L'idea è quella di avere un deposito che in futuro mi permetta di non vivere in strada. Ora però i miei risparmi sono solo 70 cents". Cosi' dicendo srotola il fondo dei pantaloni e mi mostra le monete che possiede.
Gli altri piccoli ospiti erano due fratelli, di 7 e 5 anni, hanno un'analoga storia, solo che continuano a dormire nella stanza con la mamma, che di giorno è in giro a chiedere l'elemosina come loro.
Mentre si continuava a parlare, è arrivato il ragazzo di cui i cuccioli parlavano poco prima e ho chiesto a lui informazioni più dettagliate. Ha confermato il racconto dei piccoli e ha aggiunto che qualcuno ha cercato di aiutarli dando loro degli abiti puliti che hanno provato anche ad indossare, ma purtroppo non riuscivano a racimolare granché per sfamarsi, poiché vestiti decentemente.
Ho continuato ad ascoltare i bimbi, incredula, incapace di far coincidere l'età cronologica con le storie raccontate; li osservavo, brandelli di vestiti che ricoprono corpi molti più piccoli della loro età, pelle poco lavata, piedi perennemente scalzi. Alle loro immagini si sovrapponevano quelle dei miei alunni di 1^ o 2^, di Milano e del Piceno, presto però ho allontanato queste ultime perché troppo distanti e mi sono lasciata catturare dai loro sorrisi e dalla gioia di percorrere insieme un pezzo di strada; l'angoscia sottile che si stava insinuando in me, si è attenuata al pensiero che avrei dato un seguito all'incontro, seguito che vi racconterò in un'altra lettera.
Vi dicevo del Timkat...la festa più sacra dei copti, si celebra quindici giorni dopo il Natale e ricorda il battesimo di Gesù nelle acque del Giordano.
La celebrazione è iniziata il giovedì pomeriggio, 18 gennaio, secondo il calendario europeo, con le processioni, che partendo dalle diverse chiese trasportavano i Tabot dai santuari alle tende bianche, allestite in un grande prato. Le processioni erano allegre e festose e si sono concluse con l'apertura della cerimonia da parte del vescovo. Il giorno del Timkat dopo che l'abuna ha immerso la croce nell'acqua, ha benedetto e spruzzato l'acqua santificata sui fedeli, una moltitudine di persone si è alternata nei pressi del luogo dove si trovavano le tavole. Il bianco degli abiti era abbagliante e il clima festoso, una festosità che mescolava sacro e profano. Gruppi di persone, poco distanti dall'area, cantavano e ballavano, per la gioia di essere insieme in un giorno di festa.
La danza è nell'animo di questo popolo, ritmi cantilenanti accompagnano ogni momento della giornata, se ci si ferma ad ascoltare ecco che il corpo comincia a muoversi con ritmi veloci e ripetitivi, "I ballerini giocano la loro abilità sui movimenti delle spalle, sulla rapidità degli occhi, sulle gambe che si piegano fino a terra, sulle braccia flesse a gomito. E, spesso, i ballerini si allargano in un cerchio che si arrotola su se stesso in una grande festa collettiva." Non è inusuale osservare, in questi gruppi danzanti, bimbi piccolissimi che si muovono con grazia , sicurezza e ritmo.
I nostri amici e colleghi in occasione delle ultime feste ci hanno invitato nelle loro case, per condividere 'njera, wot e alicha. Nomi strani, menzionati più volte...il wot costituisce la base della cucina etiopica: si tratta di una salsa piccantissima, un miscuglio di spezie, cipolle, aglio cotti in una grande quantità di burro, che serve da base per cucinare il pollo (doro wot) o la pecora (kay wot). Nei giorni di digiuno, nella salsa vengono cotti piselli, lenticchie e altri legumi. Ogni volta che mangio queste pietanze, anche a distanza di così tanto tempo, piango a causa del berberè, una polvere di peperoncino rosso mischiato e macinato con molte altre spezie, è l'ingrediente che domina e rende il tutto letteralmente infuocato. Alicha invece è la cucina senza berberè. Le pietanze si consumano con l''njera, una sorta di grande focaccia bucherellata, spugnosa, lievitata e resa acidula da una fermentazione durata alcuni giorni. Si mangia attorno al mosob, un grande cilindro di paglia dai colori vivaci, da un unico, grande piatto, afferrando con le mani i lembi dell''njera e arrotolandola con la pietanza. Si inizia a mangiare dopo aver lavato le mani in un catino e si finisce con lo stesso gesto.
Al termine del pasto inizia la cerimonia del caffè...sul pavimento sono sparsi fili d'erba verde, talvolta ricoperti da petali di rosa. In mezzo alla stanza un minuscolo tavolinetto con le tazzine made in China. L'aria è piena del profumo dell'incenso che brucia in un piccolo contenitore posto accanto all'insieme.
I chicchi di caffè vengono lavati, tostati e infine ridotti in polvere in un cilindro di legno. La polvere viene poi travasata in una piccola anfora d'argilla, chiusa all'estremità da un pezzo di iuta che funge da filtro, colma d'acqua messa a bollire su un trabiccolo di metallo in cui brucia il carbone.
Durante l'attesa si consuma popcorn, pane dolciastro o kollo, orzo brillato e arrostito, mischiato con semi di girasole e piselli abbrustoliti. E' "obbligatorio" bere tre tazzine di caffè!
Un'enciclopedia geografica che racchiude i segreti di ogni era geologica... un museo di popoli....un mosaico di religioni....tradizioni millenarie.....una povertà grandissima....l'Etiopia è tutto questo e solo l'esserci totalmente ti permette di immergerti, assumendo, quasi inconsapevolmente, azioni e pensieri che lentamente si liberano degli orpelli per cominciare a ritrovare un'autenticità da sempre ricercata e mai raggiunta.
Sarei felice all'idea di potervi condurre per mano alla scoperta di questo mondo, che, sono sicura, piacerebbe anche a voi.
Non sono invece così certa di riuscire a rendere con le parole e le immagini quello che vivo e sento, ma dovrò provarci quando tornerò, perché non tutti gli amici potranno fare un viaggio in Etiopia.
Vi confesso che ora ho voglia di tornare, ma solo il tempo di rivedervi, perché sento già ora la tristezza del distacco dalle persone che ho conosciuto, dai paesaggi sconfinati, da questa realtà dove l'apparire è completamente superfluo.
Bahir Dar, 03.02.01
Di ritorno da Addis, all'aeroporto ho incontrato Samuel, che mi è corso incontro chiedendomi di portarlo in città. Mi ha raccontato che i militari lo tengono a dormire con loro in tenda e gli danno la cena. Di giorno però torna in città per stare con i suoi amici e per raggranellare qualche soldino. E' proprio necessario che faccia qualcosa al più presto!
Appena arrivata, sono andata in ospedale , ma Tiringo non c'era. Era stata mandata a casa perché erano finite le medicine. A "casa" ho trovato la stessa che urlava dal dolore e, vedendo me e Lucia, ci ha chiesto perché l'avevamo abbandonata. Siamo riuscite a riportarla in ospedale, anche perché, in Addis, Sara aveva comprato le medicine necessarie a ridurre il dolore. Distesa su una stuoia l'abbiamo caricata in jeep, ogni movimento le provocava dolori lancinanti.
Stamane sono ritornata in ospedale, ha continuato a baciarmi la mano perché il dolore si è placato e lei crede che in ospedale i dottori l'aiutino a guarire. E' ridotta pelle e ossa, solo il braccio è enorme. Sul viso scarno e affilato gli occhi sono immensi.
Il lavoro procede...in questo momento stiamo approntando i reports finali, nonché predisponendo le coordinate per avviare il nuovo progetto di prevenzione e controllo dell'AIDS a livello regionale.
Il 16 incomincerò un trip con Attilio per visitare tutti i progetti, vi manderò una relazione dettagliata, anche per "rendicontarvi" le attività." Un saluto carissimo.
Mina
"La storia di Tiringo"
Ciao
ritorno a voi dopo un po' tempo e inizio con la storia che Sara, la volontaria che opera in GamoGofa, ha scritto per i suoi amici, e di cui sono stata coprotagonista.
"...Questa mattina è la mattina di Natale: torno da un ospedale stracolmo di persone in piedi, sedute, inginocchiate, accatastate in ogni angolo libero.....tutte in attesa della cura per i loro mali.
Io ho accompagnato una bambina, vestita di brandelli di stoffa che, una volta, forse avevano colori vivi, brillanti, come quelli dei bambini ricchi, come quelli dei bambini bianchi; una "natala", uno scialle tradizionale di cotone grezzo, le copre le spalle ed il braccio destro... grande di tre o quattro volte quello sinistro.
Questa ragazzina dagli occhi grandi e lucenti si chiama Tiringo, Tiringo Atalay, ha quattordici anni, ma ne dimostra dieci. Ci siamo incontrate per la prima volta un giorno, sulla strada che le fa da casa, dove vive con sua madre e quattro fratelli, da quando non lavora più, perdendo così quei 20 birr (meno di 6000 lire) che guadagnava trasportando l'acqua e che insieme agli altri 20 guadagnati dalla mamma, facendo lo stesso lavoro, permettevano a tutta la famiglia di tirare avanti per un mese.
Dopo solo pochi istanti, mi ha mostrato la spalla gonfia senza dire una parola, accompagnando il gesto con uno sguardo che sembrava voler dire che io potevo fare qualcosa per quel suo male. Vengo a sapere che due mesi fa è caduta in malo modo e da allora, il braccio si è gonfiato, ha cambiato forma, non lo muove bene, le fa male. Questo mi dice la bambina.
Entriamo insieme nell'ufficio del direttore dell'ospedale: il dott. Ferew è un personaggio disponibile, sui trentacinque anni, che visita il braccio della piccola paziente senza però potersi pronunciare con sicurezza; consultiamo il chirurgo.
Pochi minuti dopo entriamo direttamente nella sala operatoria, uno stanzino dove la sterilità lascia il posto alle mosche ed ai muri scrostati: il chirurgo lancia una diagnosi di amputazione del braccio con una faciloneria e un'immediatezza che mi spaventano.
Segue una discussione dai toni animati con il dott. Ferew, che si fa portavoce dei consigli del suo collega: alla mia impertinente opposizione all'amputazione, senza prima aver visitato almeno una qualsiasi altra possibilità, risponde con la calma di chi ha affrontato queste situazioni un numero troppo grande di volte per poterne ancora essere emotivamente coinvolto.
Ci accordiamo faticosamente per una radiografia, effettuata sulla spalla di questo scricciolo timido che si lascia spogliare e rivestire da me con la docilità di un cucciolo, guardandomi a volte interrogativa, a volte affettuosamente incuriosita: mi chiedo che cosa pensa di questa "ferengi" che se la porta a spasso senza poter scambiare più di qualche parola, sorridendo e commuovendosi a tratti, costantemente mano nella mano.
La tensione si stempera nel giro di pochi minuti, facendo colazione nella caffetteria dell'ospedale, insieme a Sara e al nostro traduttore ufficiale Ghetacwo, al cospetto di una ciambella all'uovo ed ad una tazza di te.
La dignità e l'umiltà di Tiringo la spingono al dire "No" anche ad un bicchiere di latte:
<<....perché lei è troppo povera, non lo beve mai, perché non se lo può permettere....>>.
Lasciamo l'ospedale mentre all'ingresso una madre seminuda utilizza una lametta arrugginita per liberare il suo neonato dalle croste della scabbia....malati stazionano sotto un grande albero, in attesa di essere accettati, senza pagare, in ospedale
.... e penso a questo giorno, dove desolazione e speranza si fondono in un sentimento indefinibile, mentre la mente si avvicina a fatica alle mense imbandite dell'Italia e del mondo del Nord.
26 Dicembre 2000
<<Senza speranza>>.
Torno nella sala raggi semi buia del giorno prima e sono queste le prime parole che mi accolgono di fronte alle lastre di Tiringo:
<<Senza speranza>>.
Un sarcoma maligno, ospite indesiderato e indiscreto, ha ormai polverizzato le ossa del braccio e della clavicola, ha invaso i polmoni ed il torace: non c'è niente da fare.
Tiringo non ha molta vita nel sua bagaglio.
La frattura conseguente la caduta, portando le taniche di acqua, e' dovuta al male che era già in lei.
Impallidisco mentre il dottore parla, e, siccome sono stata io a volermi prendere cura di lei, sento sulle mani il peso di doverla lasciar andare senza poter fare niente, e senza poterle dire una parola.
E che cosa potrei dire?
Penso alle parole sagge di Padre Alex Zanottelli, che parla di un Dio che è mamma e papà e guarda il mondo che è figlio malato che soffre, senza poter fare niente, ....e semplicemente soffre con lui: mi sento un po' anch'io mamma che soffre per i figli e con i figli.....sorrido a Tiringo con una lacrima nel cuore e le prometto che Sabato al mercato comprerò una maglietta al posto dei suoi brandelli di stoffa, e una gonna pulita. E che scatteremo una foto insieme.
Mi siedo di fronte a questa bimba nera, che mi lancia uno sguardo speranzoso......e io, non posso davvero fare altro che stringerle la mano."
7 gennaio
Oggi in Etiopia si festeggia il Natale (il calendario locale segna 29 dicembre). Prima di andare a pranzo da Geremew, io e Sara siamo stati in ospedale a trovare Tiringo. Sembra, al momento, stare meglio, nel senso che il male, grazie ai farmaci, si e' attenuato. Il suo e il viso della mamma erano sereni, inconsapevoli di quello che accadrà. Dico questo perché, nei giorni precedenti il ricovero in ospedale, siamo andati in "casa": una stamberga delimitata da pali, ricoperta intorno di stracci per ripararsi dal freddo della notte e per avere, forse, un riparo agli occhi esterni. La bimba era raggomitolata sul letto, quattro assi senza materasso, sotto la coperta comprata da Sara, con un male indicibile, leggibile sul volto
sofferente.
Non ho pianto esternamente, ma lacrime incontrollabili sentivo dentro di me: per Tiringo, ma anche per tutte i bimbi e le persone che ci circondavano, dentro e fuori la capanna, vestiti di niente, denutriti, con i visi e i corpi di chi mangia poco o niente da sempre.
Il vostro e il nostro (dei ferengi) Natale, riempito a dismisura di cibo e di inutili cose, non ha alcuna ragione di essere nelle forme e modalità assurde in cui si esplicita.
10 gennaio
Riesco a scrivere questa lettera a fasi alterne, il tempo per dedicarmi alla corrispondenza e' poco. Cerco di farlo dopo il lavoro, ma vi confesso che la sera, molto presto, Orfeo mi avvolge con il suo prezioso abbraccio.
Non so far altro che dedicarvi immagini, con la speranza di regalarvi alcune situazioni che osservo e che neanche il "lungo tempo" trascorso mi permette di accettare come "normali".
Ritorno in ospedale quotidianamente (Sara è partita, insieme a Lucia, per Addis Abeba) per visitare Tiringo. Insieme a lei incontro altre persone: due bimbi piccolissimi con il corpo devastato dal fuoco, un giovane soldato tornato dal fronte completamente fuori, bambini che si alternano nei letti della camera dove è ricoverata Tiringo, ammalati che stazionano nei corridoi, sui prati esterni e interni alla struttura. Molti di loro hanno percorso tanti chilometri, vengono dalla campagna, li si riconosce dagli abiti: una tunica di cotone grezzo che, nuova, doveva essere bianca, per le donne; pantaloncini corti e jabi per gli uomini; tutti scalzi.
Stamane ho comprato una bottiglia di latte per la piccola, ma entrata nel bar dell'ospedale per acquistare del pane, la mia attenzione è stata attratta da un pargolo piccolissimo, con il corpo ricoperto solo da una vecchia coperta e al quale il papà, amorevolmente dava del te. Mi è venuto istintivo aggiungere del latte nel bicchiere semivuoto. Non riesco a descrivervi la gioia del bimbo nel bere, tutto di un fiato, il poco latte versato.
Credo che il dolore e la sofferenza che si possono incontrare in un ospedale siano gli stessi in tutto il globo, ma tutto diventa ancora più disumano quando ad essi si unisce un'infinita povertà. Un urlo di ribellione non espresso esplode dentro, perché tutto ciò è semplicemente inaccettabile.
Cosa dirvi ancora...vi descrivo la mia condizione attraverso le parole che due amici venuti a trovarmi lo scorso mese hanno usato: "Sembra che tu sia qui da sempre".
Un'ultima nota: Anderge non vive più in strada, ma va a scuola e con profitto. La scorsa settimana, il driver del CVM, nel corso di un field work, lo ha incontrato e gli ha chiesto di aspettarlo lunedì perché avrebbe avuto qualcosa da dargli. Il piccolo, molto compunto, ha risposto: "Non posso, a scuola ho gli esami del primo semestre."
Ritornerò presto a voi perché voglio raccontarvi il Natale trascorso in casa di amici etiopi, ma ora chiudo perché credo davvero di aver scritto un po' tanto.
Ringrazio tutti per la generosità e l'attenzione con cui seguite questa mia straordinaria esperienza di vita.
Mina
Addis Abeba, 22.11.2000
Caro....
aprofitto della "letterina per Natale" per inviarvi mie nuove su
quella che ormai può essere definita la mia vita africana.
I miei viaggi Bahir Dar - Addis, e viceversa, continuano con una certa
frequenza. In queste ultime tre settimane si sono resi necessari per l'arrivo di
altre due volontarie, Lucia e Sara.
La prima delle due lavorerà sul mio stesso progetto, Sara, una giovanissima
ingegnere idraulico, si recherà al sud per gli interventi sull'acqua.
Il loro arrivo mi ha permesso di constatare il mio totale adattamento alla vita
etiopica, nel senso che ciò che per loro costituisce sorpresa o difficoltà per
me e' diventata normalità.
Con l'inizio della mia attività lavorativa vera e propria, ho effettuato alcuni
field work, viaggi della durata anche di una settimana, in giro per i paesi,,
che costituiscono aree di intervento del CVM, per il progetto di prevenzione e
controllo dell'AIDS.
Il mio bagaglio, una piccola borsa perché un pantalone di colore mimetizzabile
può essere indossato per l'intera settimana; i miei pasti, 'ngera e preparati
annessi, per i giorni di fasting o per i giorni liberi, consumati attingendo con
le mani da un unico, grande piatto; l'hotel (in alcuni casi puro eufemismo),
quello di tutti.... la bellezza di lasciarsi catturare da una dimensione di
condivisione che permette di liberarsi dalle sovrastrutture che impediscono o
limitano l'incontro autentico, empatico, comunicato.
Ogni viaggio costituisce sempre un'avventura: alti solchi di fango, radiatore o
ammortizzatore che fanno le bizze, ma anche, in un caso, un eucalipto appena
abbattuto. Basta non lasciarsi prendere dalla fretta e tutto si risolve: qualche
slittatura per il fango, altri viaggiatori che ti danno l'acqua per il
radiatore, l'intervento degli adulti e dei bambini delle case del circondario
nonché di noi viaggiatori, permettono, in poco tempo, di tagliare i rami
dell'albero, in modo da aprire un varco per la jeep. La pazienza e
l'atteggiamento di fiducia nell'evolversi positivo delle situazioni non te li
imponi, diventano naturali, in una dimensione temporale senza tempo, in un
contesto in cui e' difficile pianificare nel dettaglio, gli eventi accadono e
pur volendo non riesci a dominarli del tutto.
Credo sia venuto il momento di spiegarvi un po' meglio in che cosa consiste il
mio lavoro. Cercherò di essere nel contempo breve ed esaustiva.
Il progetto di prevenzione e controllo dell'AIDS prevede diverse piste di
lavoro, quali: la produzione di opuscoli mirati per studenti, donne,
agricoltori, religiosi; programmi sulle emittenti radiofoniche locali e
nazionale; apertura di clubs antiaids fuori e dentro le scuole, di centri
giovanili in diversi paesi; trainings per volontari provenienti dai diversi
ambiti sociali, per formatori, per giovani, per sex workers, per religiosi…;
supporto alle strutture sanitarie mediante la fornitura di medicinali e
materiale sterile per la cura delle infezioni, costituzione di Banche del
Sangue, corsi di aggiornamento per personale sanitario, miglioramento
dell'approvvigionamento di acqua potabile; aiuto finanziario alle famiglie di
coloro che hanno contratto l'AIDS per supportarli nell'implementazione di
semplici attività lavorative.
In una prima fase ho cercato di seguire i colleghi nell'espletamento delle
diverse mansioni, per conoscere, nella sua interezza, il programma.
Successivamente ho iniziato a porre particolare attenzione, sempre nell'ottica
di una visione globale e di lavoro di team, all'organizzazione dei trainings e
all'animazione, nell'accezione più ampia del termine, degli Youth Center e
degli Anti Aids Club.
Con l'inizio del nuovo anno, l'intervento sarà effettuato su tutta la regione
Amhara, interesserà circa 15 milioni di persone, si seguiranno le piste sopra
elencate nelle zone non coinvolte precedentemente, si procederà con un
approfondimento nelle due zone che hanno beneficiato delle attività sopra
descritte.
Altro campo di studio approfondito, nonché di conseguente espressione di una
progettualità, riguarda, in questo momento, gli orfani o street children.
Una prima empirica analisi mostra un problema di grandi dimensioni, non solo per
l'aspetto numerico, ma anche per la sua complessità.. Gli elementi da prendere
in considerazione sono molteplici: l'età (sono in giro per la strada anche
bimbi in tenerissima età); il sesso (molte bambine/adolescenti sono abusate nel
corso della notte); i bisogni di base: cibo, indumenti, casa, salute, scuola...
Quali possibili soluzioni: parenti della cerchia allargata o famiglie
affidatarie, da sostenere economicamente con un budget finalizzato non a creare
assistenzialismo, ma a generare capacità di sostentamento autonomo, in
particolare per i piccolissimi che necessitano affetto, amore, dedizione;
comunità alloggio in cui i più grandi si prendano cura dei più piccoli,
gestendo nel contempo la comunità sotto la guida di un adulto; night shelter
come prima sistemazione, innanzitutto per offrire un riparo alle bambine, ma
anche per il maggior numero possibile di children durante le piovose notti
estive.
In questo periodo stiamo provando a stendere dei progetti pilota, investendo del
problema i comitati costituiti nell'ambito del progetto sull'AIDS, al fine di
richiamare le comunità ai valori insiti nella loro cultura, quale quello di
prendersi cura di tutti i bimbi.
Talvolta sono assalita da un senso di impotenza, dalla sensazione di voler
svuotare l'Oceano con uno small spoon, ma poi un incontro, un sorriso, come
quello di Anderge, ti sprona ad andare avanti e ricominci gioiosamente il tuo
percorso, ricominciando a credere che l'utopia possa realizzarsi.
Anderge e' un bimbo di circa sei anni, incontrato spesso, nella località di
Tilile, un grande villaggio posto lungo la rotta principale tra Bahir Dar e
Addis. La sua presenza si e' imposta, nel nugolo di bambini che mi circondavano,
per i suoi vivacissimi occhi, per il suo approccio privo di barriere, per la sua
ricerca di tenerezza.
Dopo le prime due volte, il quotidiano ha preso il sopravvento e, confesso, di
averlo inserito nell'insieme di immagini che mi porto dietro. Quando mi e'
apparso, sorridente e festoso, per la terza volta, finalmente ho davvero
"incontrato" Anderge.
La sua vita, dall'età di tre anni, dopo che i genitori sono morti a breve
distanza l'uno dall'altro, trascorre nelle strade il giorno; la comunità, nel
suo insieme, soddisfa in qualche modo il suo bisogno di cibo. La notte raggiunge
la nonna, in quella che eufemisticamente si può definire una piccola stanza. In
un angolo il fuoco con una pentola di coccio, in un altro una stuoia stesa per
terra battuta, duro giaciglio per il sonno.
La nonna, una donna dall'eta' indefinibile, mi ha accolto con immensa gioia.
Il suo racconto..."La nostra famiglia e' sempre stata povera, ma Anderge
viveva felice nella sua piccola casa, i suoi poverissimi genitori lo amavano con
la tenerezza che necessita un piccolo bimbo. Per sopravvivere vendevano l''njera
che producevano da loro stessi. All'improvviso, la mamma si e' ammalata e
pochissimo tempo dopo e' morta, seguita, quattro mesi dopo, dal papà. Ora il
bimbo sta con me, viviamo del piccolo aiuto che la comunità ci elargisce.
Vorrei anche che andasse a scuola, ma cosa fare se ci mancano anche i soldi per
sfamarci."
Anderge è minuscolo, indossa abiti logori e consunti, non possiede scarpe e il
suo corpo raramente è stato lavato, ma è armonioso e dolce nelle forme. E'
vivacissimo e sempre sorridente. Nonostante la sua triste storia, palesa la sua
gioia di vivere con i suoi occhi curiosamente mobili e il suo sorriso pieno e
luminoso.
Il suo abbraccio e' tenero e forte nello stesso tempo.
L'arguta furbizia di un bimbo di strada, la dolcezza di un piccolo bimbo!
Come Anderge gli half o full street children sono tanti ed esigono la nostra
attenzione, rispetto ai bisogni fondamentali, ma anche in termini di accoglienza
e amore. Quando si avvicinano ti chiedono immancabilmente una moneta, ma se tu
doni loro un sorriso e una carezza dimenticano tutto e ti danno la mano, felici
di poter percorrere un po' di strada insieme.
La nostra coscienza va tenuta sempre desta su questa dimensione, per evitare di
chiudere l'incontro con l'elemosina, per evitare che le immagini di povertà e
di miseria diventino, superati i primi momenti di sconcerto e malessere , una
normalità.

5 PER MILLE 2010 - Codice Fiscale 0 0 3 1 6 1 4 0 4 3 3
Destina il 5 per mille a CVM - Comunità Volontari per il Mondo
Convegno “Ob. 7 – Assicurare la sostenibilità ambientale: L'IMPORTANZA DELLA RISORSA IDRICA
L'ambiente e uso corretto e responsabile della risorsa Acqua.
5 PER MILLE 2010 - Codice Fiscale 0 0 3 1 6 1 4 0 4 3 3
Destina il 5 per mille a CVM - Comunità Volontari per il Mondo
CVM Abruzzo - FESTA DEI POPOLI 2010
Il 23 maggio 2010 presso la Villa comunale di Chieti dalle 10.00 alle 22.00..
CORSO PER L’INSEGNAMENTO DELL’ITALIANO L2
APPRENDERE UNA NUOVA LINGUA APPRENDERE ATTRAVERSO UNA NUOVA LINGUA
VIII° CONVEGNO REGIONALE DI EDUCAZIONE INTERCULTURALE “Quale educazione nella scuola venerdì 22 ottobre 2010 a Chieti - Pescara
Venerdì 22 Ottobre 2010 ore 15.30 Sala Convegni “Carichieti” Chieti Scalo
Un giovedì insieme (Febbraio)
Dare spirito e ali al CVM
Donne e diritti negati
Convegno Montefiore dell'Aso
In Cammino Verso... l'Africa
Seminario di Formazione sul Volontariato e la Solidarietà Internazionale
Un giovedì insieme (Gennaio)
Dare spirito e ali al CVM
Il CIELO STELLATO IN KANT E LEOPARDI
PROGETTO DI EDUCAZIONE INTERCULTURALE: “LA REVISIONE DEI CURRICOLI A SOSTEGNO DELL’AUTONOMIA SCOLASTICA”
Quale dialogo senza ascolto?
La responsabilità dell'ascolto dell'altro nelle grandi religioni
Terzo corso di formazione al volontariato e alla solidarietà internazionale
HARAMBEE: lavorare insieme per un obiettivo comune
Seminario nazionale di Educazione Interculturale
Dal 3 al 5 Settembre 2009 a Senigallia (AN) il terzo seminario nazionale di Educazione Interculturale
Viviana&Andrea: un dono per l'Etiopia
Viviana e Andrea, in occasione delle loro nozze, hanno scelto di contribuire alla realizzazione di un intervento di approvvigionamento idrico a favore della popolazione etiope.
Premio di laurea sugli obiettivi del millennio
In collaborazione con la Caritas della Diocesi Ancona-Osimo
Contro l'AIDS taglia corto!
Concorso di video art rivolto a giovani artisti under 30
Servizio Civile con CVM
Opportunità per l'anno 2009/2010
Mehaber Weekend 2009 - RIMANDATO A DATA DA DESTINARSI
A causa del basso numero di iscrizioni il corso è stato rimandato a data da destinarsi
Risultati Campagna "Un pozzo di sorprese 2009"
Raccolti 40.000 Euro per i progetti idrici in Etiopia
Convocazione Assemblea Ordinaria
Domenica 10 Maggio 2009
Seminario "Acqua, tra consapevolezza, responsabilità ed impegno"
Seminario alla facoltà di Agraria di Ancona il 1 Aprile 2009
Corso di formazione al volontariato internazionale
corso di formazione al volontariato internazionale organizzato dal CVM - Comunità Volontari per il Mondo
I valori della fede da venerdì 6 marzo 2009 a giovedì 26 marzo 2009 a Torrette di Ancona
Corso di formazione. Insegnamento religioso nella scuola multietnica.
Target 2015! I poveri non possono aspettare! da domenica 21 dicembre 2008 a domenica 4 gennaio 2009 a Ancona - Centro Culturalo ATOPOS
Mostra fotografica su gli 8 obiettivi del millennio
Stop AIDS in Africa lunedì 1 dicembre 2008 a Pescara
Concerto Gospel. I proventi della serata saranno devoluti in favore dei progetti del CVM per la prevenzione e la cura dell'AIDS in Etiopia e Tanzania.
Per un futuro senza AIDS lunedì 1 dicembre 2008 a Sala del Consiglio Comunale - Ancona
Seminario itinerante. Africa e Italia si confrontano
Dalle donne ...ai diritti umani giovedì 20 novembre 2008 a Comune di Pescara - Sala Consiliare
Seminario locale della Campagna Nazionale Focsiv
"Non uno di meno" La scuola di tutti martedì 28 ottobre 2008 a Pescara
Settimo convegno regionale di Educazione Interculturale
Ubuntu: io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti a Casa delle culture, Vallemiano - Ancona
Corso di formazione di base al volontariato e alla solidarietà internazionale. Il primo appuntamento Venerdi 24 ottobre 2008
LETTERATURA della MIGRAZIONE e IDENTITA' MULTIPLE sabato 20 settembre 2008 a Fermo - Viale delle Regioni, 6, Porto San Giorgio
Fermo - Sabato 20 settembre 2008. Seminario organizzato da CVM
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