martedì 9 marzo 2010

Dove gli schiavi lasciavano il cuore


Bagamoyo 18.02.2010

Questa settimana ho riscoperto la mia piccola grande Bagamoyo, che, pur vivendoci da due mesi ormai, conosco poco e riesce a stupirmi ogni volta…
Domenica, dopo una giornata trascorsa per la prima volta nel mio enorme lettone con la compagnia della musica, della grammatica swahili, di un buon libro e dell’immancabile ventilatore, sono uscita nel tardo pomeriggio con l’intenzione di avventurarmi tra le strade impolverate di Bagamoyo e andare verso il mare per godermi le ultime ore di sole…
Inaspettatamente mi ha accolto una Bagamoyo più movimentata e allegra del solito e alla mia curiosità è stata presto data risposta… più di una persona infatti al mio passaggio si è avvicinata per farmi gli auguri di San Valentino….eh già, San Valentino, chi l’avrebbe mai detto: un evento per questo piccolo porto di mare… La curiosità è aumentata quando a pochi passi da uno dei locali più frequentati, Corner, ho scoperto un folto numero di persone intente ad osservare un gruppo di ragazzini girare un video musicale! Considerato l’avvenimento particolare, ho deciso di cambiare i miei piani, sedermi al bar a bere una “soda” e osservare il movimento intorno a me! Più che il fatto in sé - due “cantanti” vestiti da rapper, due ragazze alla moda, musica, un microfono, un computer ed una telecamera - a richiamare il mio interesse è stato il variegato gruppo di persone fermatesi ad osservare: bambini al collo delle mamme, bambine con vestitini arrangiati e sporchi, ragazzine con il velo insieme ad amiche più spigliate con jeans attillati e magliette aderenti, donne con i secchi appena riempiti al pozzo, altre pronte a vendere qualcosa, ragazzi in cerca di un incontro, uomini di una certa età con il tipico berretto tanzaniano, donne anziane accompagnate da un bambino… tutti lì, incantati, quasi il tempo si fosse fermato! Per poi disperdersi un attimo dopo, una volta finita la musica.
Concluso lo spettacolo, ho ripreso la mia strada verso il mare… Fino a domenica ero stata in spiaggia sì e no quattro volte, mai da sola e sempre nella parte di spiaggia dove si trovano i vari resort che ospitano i turisti occidentali… dove non mi sento troppo a disagio a mettermi in costume, perché la gente che passa è sempre poca e io posso comunque fare finta di essere una turista, invece che una volontaria che lavora con una Ong locale. Generalmente la spiaggia di domenica è sempre vuota, perché non ci sono i pescatori al lavoro e perché difficilmente la gente di Bagamoyo vede la spiaggia come luogo in cui trascorrere il tempo libero e magari rinfrescarsi un po’ nel mare.
Ma il giorno di San Valentino a quanto pare tutto cambia… Questa volta mi sono portata verso il “porto”, da cui durante la settimana partono le barche dei pescatori e che ospita pertanto il mercato del pesce. Passando tra le numerose rovine risalenti all’impero coloniale tedesco, che “ricordano un passato triste e allo stesso tempo glorioso” della cittadina, si arriva alle rovine di un vecchio forte arabo, dove venivano un tempo concentrati gli schiavi da inviare a Zanzibar... E che, per certi versi, forse è anche il luogo che ha dato origine al nome della cittadina. Bagamoyo vuole infatti dire “lascio qui il mio cuore”, frase probabilmente riferita agli schiavi che venivano portati qui per essere venduti oltremare e che, quindi, proprio qui abbandonavano ogni speranza. E infatti:
“L’atmosfera sonnolenta e in apparenza tranquilla di Bagamoyo cela trascorsi di tutt’altro genere. Nei secoli trai il XVIII e XIX, i sultani omaniti che regnavano a Zanzibar controllavano anche molte città costiere e fecero di Bagamoyo il punto di arrivo di molte carovane che giungevano sulla costa dal cuore del continente. Carovane cariche d’avorio, ma soprattutto di “legno d’ebano”, un eufemismo con cui i negrieri definivano la tratta. Bagamoyo divenne il principale centro di smistamento degli schiavi che venivano raccolti ed inviati al grande mercato di Zanzibar distante solo 42 km di mare, prima di esser inviati alle loro destinazioni finali.”
Se di solito, nella desolazione più totale della spiaggia, te li puoi quasi immaginare, gli schiavi, tutti in fila pronti per essere imbarcati, non è stato così questa domenica… diversamente dal solito, infatti, un fiume di persone mi ha accolto lasciandomi a bocca aperta… qualche famiglia con bambini, qualche uomo solitario, ma soprattutto tantissimi giovani… tanti puntini neri per alcuni chilometri di spiaggia: lo “struscio” di Bagamoyo. E non solo, fatto piuttosto insolito, tante persone in acqua. Tra queste anche qualche ragazzina! Solo un paio, più coraggiose con pantaloncini e costume, tutte le altre con tanto di vestiti (e paradossalmente molto più sensuali delle amiche)… e poi, ragazzi impegnati in esercizi di capoeira, altri a bere birra e ballare al ritmo della musica proveniente da una macchina poco distante, altri ancora semplicemente a passeggiare mano nella mano avanti e indietro sulla spiaggia… Una spiaggia diversa, che temo non avrò modo di vedere di nuovo per molto tempo e che pertanto ho voluto godermi fino alla fine, rischiando un po’ a restare fino all’imbrunire… pericoloso in quanto donna, in quanto bianca, in quanto sola… ma le persone erano talmente tante che era difficile avere paura...

Oggi, con ancora in testa le immagini della domenica appena trascorsa, ho pensato di correre a casa, prendere un libro e tornare sulla spiaggia… Una volta arrivata, ho capito in fretta che non mi sarei fermata…la situazione di domenica era solo un ricordo. La spiaggia quasi non esisteva a causa dell’alta marea e per quel poco era occupata dai pescatori… tanti, tutti uomini, intenti nel loro lavoro, qualche ragazzino in acqua, nessuna donna… mi sono sentita un’intrusa, non a disagio, ma intrusa! e ho colto la perplessità nei loro sguardi al mio passaggio. Non mi sarei mai sognata di sedermi a leggere in quella situazione e non mi è rimasta altra scelta che allontanarmi… per nulla amareggiata, anzi, con un sorriso per essere stata partecipe almeno un po’ di un “pezzettino” di vita quotidiana di quella che è una delle principali attività economiche di questa cittadina. Troppo carica di entusiasmo, non avevo però voglia di rientrare a casa e mi sono incamminata tra “le suggestive rovine che si innalzano tra le palme da cocco che delimitano la spiaggia…”. Proprio qui sono stata attirata da una vivace musica di tamburi e ovviamente mi sono avvicinata. Tra i resti di due vecchie case, ho trovato un gruppo di ragazzi e ragazze a ballare al ritmo dei tamburi le tipiche danze locali. La tentazione è stata di buttarmi insieme a loro senza pudore, ma mi sono limitata ad unirmi agli altri osservatori. La situazione era buffa, poiché il gruppo di ballerini era composto principalmente da ragazze, ma di tutte le età a partire dai dieci anni… e poi sei ragazzi circa a suonare i tamburi, uno xilofono ed una batteria davvero molto improvvisata. Il tutto è andato avanti per più di un’ora e, poiché ogni tanto si fermavano e si davano consigli l’un l’altro su come muoversi, ho immaginato che stessero facendo delle prove. E infatti, perché ovviamente come mzungo non sono passata inosservata e alla fine ho avuto modo di scambiare due parole con loro, si trovano due/tre ore ogni giorno a provare nella speranza di poter offrire un giorno il proprio show ai resort sulla spiaggia, per intrattenere i turisti. Nonostante non fossero proprio professionisti, sarei rimasta per ore ad osservarli incantata, a riempirmi della polvere che si alzava ai loro passi… e a sorridere come una scema! Più il ritmo incalzava più anche i loro movimenti diventano spontanei e naturali, nel vero senso dei termini… movimenti semplici, ma che io, anche provando, non potrei imitare per quel famoso “ritmo nel sangue” che loro evidentemente hanno.

Silvia Volpato
Volontaria in Servizio Civile - Tanzania

martedì 2 marzo 2010

Giovani Tanzaniani crescono


I miei monitoraggi in giro per le regioni del distretto di Bagamoyo mi hanno portato la scorsa settimana nel villaggio di Talawanda, che prende il nome dall’omonima regione, una delle zone più remote e difficili da raggiungere, caratterizzata da una foresta che si estende a perdita d’occhio, panorami mozzafiato e qualche villaggio di capanne sparso qua e là.
In quest’area, le costruzioni che denotano la presenza umana si limitano a due scuole, una primaria e una secondaria, qualche piccolo shop per permettere agli abitanti di comprare beni di prima necessità, l’ufficio del capo villaggio, le case per lo più di fango e lamiera degli abitanti e nulla più. Ma esiste anche l’AIDS. Ed anche nella regione di Talawanda l’azione del CVM cerca di portare attenzione, presa di coscienza e conoscenza per limitare la diffusione di questa epidemia.
La gente di Talawanda, a tre anni dall’inizio del nostro intervento sta rispondendo alla chiamata del CVM, e sta rispondendo bene, con impegno, attenzione e partecipazione. E la partecipazione, per essere efficace, deve essere sì monitorata e sviluppata dall’alto, ma deve anche partire dal basso, dal grassroot level, dai giovani.
Proprio con i più giovani, gli adolescenti, i più esposti a contrarre il virus dell’HIV, ho avuto modo di confrontarmi in occasione dell’ inaugurazione di un Anti-Aids Club fondato nella scuola secondaria di questo villaggio.
Per comprendere l’importanza di questo evento, bisogna capire come è stato possibile che ciò sia avvenuto e quali risultati questo processo potrà portare a questa comunità.
La creazione di questo club, composto da una quindicina di adolescenti di età compresa tra i 12 e i 17 anni, è frutto di un lavoro partecipativo sviluppato in questi mesi dagli insegnanti della scuola, dal personale locale formato dal CVM (Trainers of Animators) e dal Comitato Regionale di lotta all’HIV (WMAC), che si sono presi la cura, l’impegno e la pazienza di gestire e formare i ragazzi e di affiancarli nella realizzazione di questo progetto.
La presentazione del club si è poi trasformata in un momento di gioia e partecipazione di tutta la comunità del villaggio, che ha assistito allo spettacolo messo in atto dai giovani, sviluppando recite che in modo semplice ma efficace pongono l’attenzione del pubblico sulla conoscenza di concetti chiave come la prevenzione dall’AIDS, la parità di diritti tra uomo e donna, gli effetti della violenza domestica, la prevenzione dello stigma nei confronti dei bambini orfani e delle persone affette dall’ HIV e l’importanza di educare le figlie femmine dando loro le stesse possibilità di studiare offerte ai figli maschi.
In un contesto di estrema povertà sia economica che educativa come è Talawanda, il fatto che questi ragazzi possano esprimere questi concetti liberamente, siano formati e provvedano a formare la comunità tutta su queste nozioni chiave riveste un’importanza fondamentale per lo sviluppo di questa zona.
La recita, semplici gesti e battute, mimando stralci di vita quotidiana, sono lo strumento più efficace per sviluppare conoscenza anche in quelle persone, che non hanno avuto l’opportunità di ricevere un’educazione dignitosa e che difficilmente potrebbero apprendere questo genere di nozioni attraverso altri canali di comunicazione. Il lavoro di questi giovani è prezioso per gli adulti e per i loro coetanei visto che, grazie al contributo economico della regione di Talawanda, avranno la possibilità di viaggiare andando ad esibirsi in diverse scuole, ma non solo: grazie al network esistente tra i vari comitati locali di lotta all’ HIV (VMACs), potranno esibirsi anche durante le assemblee pubbliche dei villaggi stessi ed anche al di fuori della regione di Talawanda; questo darà loro l’opportunità di confrontarsi e scambiare idee e concetti con altri Anti-Aids Club operanti in aree lontane dalla loro zona di provenienza.
La nascita di questo club è frutto del lavoro di tante persone che gratuitamente hanno speso il loro tempo e le loro competenze, per far sì che questo progetto fosse sviluppato, ed è parte delle attività che il CVM facilita attraverso i suoi corsi di formazione.
Vedere tutto questo partire dal basso, dai giovani, dalle aree rurali dove noi lavoriamo e vogliamo lavorare, stando nell’ombra e lasciando al popolo tanzaniano la scelta di aiutare se stesso, ci dà forza, coraggio e fiducia per andare avanti cercando di migliorarci ogni giorno di più, con la consapevolezza che i problemi sono ancora molti e il lavoro da fare è ancora tanto, ma con la speranza che esempi come questo possano moltiplicarsi giorno per giorno per dare a queste persone la dignità di un futuro migliore.

Stefano Ammannati
Volontario in Servizio Civile - Tanzania

martedì 23 febbraio 2010

Solo buffi wazungo


Bagamoyo 19.12.2009
E’ passata una settimana eppure mi sembra di essere qui da mesi…
Tante informazioni, immagini, pensieri, situazioni! Sarà che è tutto nuovo e quindi anche ogni piccola cosa necessita di un po’di tempo di rielaborazione e non viene comunque compresa fino in fondo. Se l’impatto iniziale, per certi versi, non è stato particolarmente forte… non ci sono stati gli “scossoni emozionali” che mi attendevo… giorno dopo giorno, ho però iniziato a rendermi conto di quanto sia profondamente diversa la realtà in cui mi sono immersa così di colpo e di quante cose appaiano ai mie occhi paradossali, tra l’incredibile e il fantastico!
La settimana, in questa nuova terra, è iniziata con la presentazione dei nuovi Wazungo allo staff locale della ONG. Lo staff di cui farò parte quest’anno è composto da 9 persone + due autisti + due guardiani Masai, che controllano l’ufficio 24 su 24 e con i quali purtroppo non ho ancora potuto comunicare molto, causa assenza di competenze linguistiche adeguate . La popolazione Masai vive in realtà nel nord del paese, ma molti uomini sono migrati nelle grandi e piccoli città dove lavorano appunto come guardiani, rientrando a casa solo poche settimane all’anno da moglie e figli. Fin dal primo giorno, ho avuto l’opportunità di stare molto poco in ufficio e davvero tanto nei vari villaggi o a scuola e pertanto a stretto contatto con la popolazione locale ed in particolare donne e ragazze… Questa settimana c’è stato, infatti, il corso di formazione per le donne del Revolving Fund. Quasi ogni giorno, quindi, siamo andate a scuola a portare materiale, raccogliere le firme di presenza, iniziare a mettere insieme i documenti e le foto che serviranno per il contratto e più in generale monitorare la situazione. Io purtroppo, finora, ho potuto fare ben poco visto che le mie conoscenze linguistiche si limitano ai saluti iniziali…
Nonostante questo, l’esperienza a scuola mi è piaciuta molto. Sedermi ad uno dei banchi insieme alle ragazze e cercare di capire, vocabolarietto alla mano, quali fossero i temi trattati. Loro mi studiano attentamente, ma anch’io osservo loro senza dare troppo nell’occhio…è inevitabile, anche solo per i vestiti bellissimi e colorati che le distinguono l’una dall’altra. Un giorno mi sono ritrovata ad osservare quanto, nonostante più giovani, siano tutte molto più “donna” di me. Nel portamento, nei gesti, nei sorrisi, ma soprattutto nella fierezza! E d’altra parte, molte di loro sono già mamme ed infatti la lezione, che è già difficile da seguire per il caldo, viene spesso interrotta dai pianti dei bimbi che le mamme portano con sé …
L’altra attività che ho potuto seguire, in parte, questa settimana e che mi impegnerà fino a dicembre è la selezione di 60 ragazze in 5 villaggi diversi del distretto di Bagamoyo, che da gennaio in poi potranno frequentare dei corsi di formazione professionale. Questo ha voluto dire muoversi e vedere almeno un po’ i dintorni della mia cittadina. Si parla di selezione e quindi un momento molto formale, a cui partecipano i capi dei villaggi, i membri del comitato educativo ed eventuali altri rappresentanti… io ogni volta mi immaginavo una sala a nostra disposizione e la stesura di alcuni documenti…e invece no! Il primo incontro è avvenuto su una stuoia, davanti alla casa della presidentessa del comitato, che essendosi sposata il sabato prima, secondo la tradizione locale, non poteva uscire di casa per una settimana. Gli altri due all’ombra di un mango: per me e Peace una sedia, tutti gli altri per terra  Che dire? Mi piace!!! L’obiettivo alla fine viene raggiunto!

Insomma…solo una settimana, ma decisamente intensa ed interessante!! Anche perché siamo stati un po’ sfortunati e quindi abbiamo potuto vivere in pieno quelle che potranno essere alcune scomodità di quest’anno. L’acqua in casa, per esempio, è mancata dal nostro arrivo fino a giovedì compreso e un giorno è venuta meno anche l’elettricità! Un buon inizio insomma….la doccia la potevamo fare in ufficio e per le emergenze un secchio pieno d’acqua è stata la risposta. Questo ci ha permesso di partecipare al rituale dell’acqua al pozzo, in mezzo a tante donne e bimbi che ci guardavano incuriositi. Il pozzo per fortuna è vicino a casa e ogni giorno andando a lavoro lo vediamo affollato...la gente si mette in coda e aspetta paziente, scambiandosi battute e ridendo…per noi è stato più un diversivo che non un rituale quotidiano ed è stato divertente ed imbarazzante allo stesso tempo. Stefano ed io infatti avevamo 3 secchi in due, ma abbiamo comunque fatto fatica a trascinarli fino a casa mentre le donne, con due secchi a testa (uno in testa e uno in mano) e un bimbo raggomitolato sulla schiena ci passavano a fianco con grande naturalezza. Immagino che ci abitueremo anche a queste situazioni e per certi versi saremo sempre dei buffi Wazungo!!

Silvia Volpato
Volontaria in Servizio Civile - Tanzania

lunedì 22 febbraio 2010

Prime volte


E’ la mia prima volta fuori dall’Europa…
E’ la mia prima volta in Africa…
Sarà la prima volta di molte altre cose…
La prima volta del retrogusto dell’acqua filtrata, del cibo mangiato con le mani, del richiamo “mzungu” al mio passaggio, dell’oceano che scotta, di una corsa su un dalla dalla, dell’essere l’unica bianca in mezzo a tanta gente, delle zanzare che pungono sempre e comunque, dell’acqua che va e che viene, del pozzo circondato da donne colorate, del rumore del ventilatore nella notte, degli sguardi dei ragazzi, dello stupore dei bambini, della musica a tutte le ore…

Bagamoyo 13.12.2009
Tanzania…Che dire??? Innanzitutto sono arrivata! Il viaggio è stato lungo e stancante, perché notturno e con aerei non particolarmente comodi e concilianti il sonno… aggiungiamoci un po’ di agitazione 
Già dal primo volo però, Roma – Addis Ababa (00.00 – 05.50), si è iniziato a respirare un po’ d’Africa. E’ stato buffo, a dire il vero, perché il nostro aereo arrivava da Stoccolma e pertanto i nostri compagni di viaggio erano un misto tra Etiopi e Svedesi… Il primo vero assaggio di Africa però l’ho avuto all’aeroporto di Addis, dove Stefano ed io ci siamo dovuti fermare un paio d’ore prima di prendere la coincidenza per la Tanzania. Colori, odori, volti e sguardi diversi ci hanno accolto nei limitati spazi dell’aeroporto di una capitale d’Africa…
Il volo verso Dar es Saalam è stato molto diverso… Stefano ed io eravamo tra i pochi bianchi e questo insieme ai nostri vestiti dai colori “asciutti” ci differenziava dalla popolazione colorata con cui abbiamo fatto il viaggio.
L’arrivo è stato diverso da ogni altro in un aeroporto europeo: abbiamo dovuto subito compilare tutta una serie di documenti che ci potessero identificare ma anche far ottenere il visto di lavoro per i tre mesi. Ho potuto sperimentare subito il fatto di essere donna, perché l’unico interlocutore dei poliziotti per quanta riguarda le questioni burocratiche è stato Stefano! Immagino che ci farò l’abitudine e che dovrò stare sempre molto attenta ai miei comportamenti.
Di Dar es Saalam (dove siamo stati accolti dall’altro volontario e dall’autista) abbiamo visto solo un po’ di periferia, ma sembra caotica, colorata e allegra. Macchine, moto, pulmini (dalla dalla), biciclette, camion sfrecciano in un traffico disordinato ma non troppo nervoso… ci abbiamo messo di più ad uscire dalla città che ad arrivare a Bagamoyo (che si trova a circa 70 km di distanza)! Per strada l’autista ha acquistato per noi degli anacardi da un venditore ambulante (se penso che da noi li vendono a peso d’oro …) e poi ci siamo fermati due volte lungo il tragitto: una per cambiare i soldi (scellini tanzaniani) e una per comprare dell’acqua. Nel primo caso siamo finiti nell’unico centro commerciale della città, che non sembra tanto diverso da uno qualsiasi italiano, se non per i negozietti più piccoli e poco forniti. Nel secondo in un bugigattolo fatto di lamiera con qualche tavolino sulla strada incandescente.
E poi… e poi Bagamoyo… in un caldo umido, ma neanche troppo insistente, siamo entrati in quella che sarà la nostra dimora per i prossimi 11 mesi! Ho scoperto oggi, in un primo giro di ricognizione, che Bagamoyo è un misto di casette in muratura (senza niente), casette in lamiera, capanne, palme, polvere, povertà e colori. In realtà è difficile da spiegare (e capire?) cosa sia davvero Bagamoyo e spero di riuscirci nelle prossime settimane.

Silvia Volpato
Volontaria in Servizio Civile - Tanzania

martedì 9 febbraio 2010

Timkat

Per le strade di tutta la città un fiume di gente si riversa cantando, ballando e battendo le mani.
Oggi è un giorno di festa è Timkat, l'epifania Copta. Le donne sono bellissime, come sempre in ogni angolo di mondo, tutte vestite con l'abito tradizionale etiope bianco e con il capo rigorosamente coperto.
Ad Addis c'è una grande celebrazione,la seconda di tutta l'Etiopia, la prima viene fatta a Gondar nel Nord, la parte storica e culturale per eccellenza.
Timkat è il battesimo di Cristo e sono 3 giorni di celebrazione. La festa è la più colorata e sentita dell'anno. Dal pomeriggio antecedente la giornata principale, le tavole della legge vengono portate da ogni chiesa al più vicino corpo d'acqua, >questo con moltissimi fedeli che accompagnano e proteggono, con i loro canti, il percorso delle tavole. Durante la notte i preti pregano e vegliano sulle tavole ( chiaramente sono in filodiffusione e li senti per tutta la notte in ogni angolo di Addis Abeba) . Il mattino seguente, quello del Timkat la folla si raccoglie intorno all'acqua (che nel frattempo è diventata Santa) e vengono battezzati e benedetti dal prete. Verso sera dopo la celebrazione le tavole vengono riportate in chiesa sempre accompagnate da balli e canti.
L'esperienza di vedere cosi tante persone a pregare è stata molto bella, la festa era sentita da tutti ed adesso che sto scrivendo e con la mente ritorno a questa mattina, mi emoziona ancora di più perchè mi riporta un po' alla spiritualità dell'India. In Etiopia è tutt'altra cosa, ma in questo giorno particolare è stato proprio emozionante.
Ogni giorno che passa questo paese mi piace sempre di più, la sicurezza che hai nel camminare per le strade e non sentirti cosi tanto straniero, quanto in realtà sei, la gente che cammina difianco a te e ti saluta senza secondi fini, ma solo per il gusto di salutarti, la dolcezza che trovi nei volti della gente.
La loro calma quotidiana e positività ti contagia. persino nel centro città con le macchine, i mini bus, i taxi, i camion, sembra che ci sia posto per tutti, e se non c'è, lo si fa. La gente in macchina è gentile, non è frenetica, si guida bene (a parte che gli etiopi non sanno attraversare la strada a piedi e si impanicano quando attraversano troppo imprudentemente) il clima è buono,un po freschino in capitale, ma direi che si sta bene in confronto ai climi rigidi del nostro paese. La burocrazia esiste ed esistono le istituzioni,ora l'andamento e le procedure sono discutibilissime, ma almeno si vede chec'è qualcosa e che le basi ci sono. Non c'è corruzione dilagante, ed è una bella cosa per un paese africano, ci sono delle regole e queste vanno rispettate, le cariche pubbliche lo sanno e cercano di fare rispettare le loro leggi, perché è il loro lavoro e non perchè cosi gli rientra qualcosa in più a fine giornata. Le strade sono belle (tranne che ogni tanto qualche bel buco profondo appare improvvisamente e se non te ne accorgi in tempo ti rifai la ruota completamente...) mi dicono che da un paio d'anni a questa parte sono stati spesi un sacco di soldi per nuove strade ed infrastrutture (tutto in mano ai cinesi) e nuovi edifici sia residenziali che di terziario.
Non mi ricordo se queste cose ve le avevo già scritte, ma comunque

Ah ancora una cosa vi volevo raccontare...Asmari Bet, locale di musica e canti tradizionali, tipico luogo di divertimento etiope, ci sono menestrelli che cantano e ti prendono in giro in modo simpatico davanti a tutti.
L'ambiente è familiare, raccolto con le luci soffuse e tanti sorrisi sparsi qua e la. Una sera entro, sarà stata la 3 volta che andavo, ero molto stanca quella sera tanto che mi sono seduta e sono rimasta seria per tutto il tempo, ad una certa arriva una ragazza (mai vista prima) e mi chiede "sei felice?" io per tutta risposta le ho detto di si, grazie. Poi ci ho pensato e sono rimasta piacevolmente sorpresa di come questa si sia preoccupata per me e si sentiva in dovere di dirmi qualcosa per entrare in contatto con me e capire se ero triste o meno. Pensateci. Da noi è impossibile che succeda una cosa del genere. La spontaneità e l'altro sono ancora 2 cose fondamentali qua in questo paese, ed è qualcosa che noi stiamo via via perdendo, se non l'abbiamo già persa del tutto....

Tabata Fioretto
Volontaria in Servizio Civile, Etiopia

lunedì 8 febbraio 2010

Giro fuori porta


La domenica e´ una buona giornata per fare un giro nei dintorni di Addis Abeba e ideale per sfoggiare quelle 2 parole di amarico imparate nella settimana...come esci dalla capitale e ti inoltri nei villaggetti nessuno sa piu´ una parola di inglese e la comunicazione risulta scarsa e molto buffa.
Un susseguirsi di campi gialli verdi e marroni ti accompagnano per i primi 70 km fuori dal centro, le abitazioni iniziano ad essere quasi tutte tukul (case circolari fatte di terra paglia e legno col tetto in paglia, anche se ora molte case si stanno dotando del tetto in lamiera, scovenientissimo perché l´abitazione diventa un forno nella stagione calda e freddissima nella stagione delle piogge. Sicuramente avra´ meno manutenzione, ma a livello di salute non e´ di sicuro la migliore delle soluzioni.) Iniziando con un museo archeologico ho potuto visitare il Melka Kunture Prehistoric Side, una specie di museo all´aperto dove nei grandi e bei tukul sono affissi i pannelli espositivi ed oggetti riguardanti gli scavi archeologici fatti intorno al 1963. intorno a questa data sono state scoperte una serie di utensili, resti umani e animali dell´epoca preistorica. Nei pannelli era spiegato anche dove e´ stata scoperta Lucy, ad 800 km da Addis Abeba, ora lo scheletro originale sta a Londra, mentre qua nel museo nazionale di Addis rimane solo la copia. Il ragazzo del museo diceva che ogni anno ciclicamente una squadra di archeologi e geologici italiani continua gli studi da queste parti. Pare che l´Etiopia, in particolare la zona della Rift Valley, sia una zona che negli anni ha potuto conservare in se molte storie passate poiché incontro di 2 placche tettoniche che nella loro unione hanno dato origine ad una serie di vulcani che negli anni con le loro eruzioni hanno aiutato la conservazione dei resti.
Ad una 50ina di km da questo sito storico si trovano ben 41 steli mourtuarie ancora riportanti altorielievi la zona e´ riconosciuta e protetta dall´Unesco. Le steli sono datate intorno al 13esimo secolo.
Comunque questo raccontato per dire che l´Etiopia e´ un posto veramente ricco di storia e di cultura, ma che ancora rimane nascosto per una serie di eventi evolutivi che l´hanno fatto rimanere in ombra
per molto tempo e che in ogni caso sara´ destinato a rimanere cosi´ per molto altro ancora .
La giornata e´ passata in fretta, ma il tempo e´ stato sufficiente per farti sempre riflettere sulla tua posizione da bianco e ricco sul 4x4 che giri a vedere i siti storici e le cose interessanti e la gente del posto che guarda e ti sorride e che sai che non avra´ mai nemmeno 1|10 di quello che puoi avere tu.
La situazione e´ forte e non puoi passarla con leggerezza, anche se sul momento non lo dai a vedere, l´idea e le immagini ti ripassano per la mente continuamente appena ti fermi. Difficile bilanciarsi tra 2 mondi.

La situazione casa migliora, non perche´ si siano fatte modifiche, ma solo perche´ il mio occhio si sta velocemente abituando agli standard di qua, non essendo in viaggio ma fissa per lavoro e arrivando diretta dall´Italia non avevo ancora realizzato bene quella serie di cose ovvie che mi "mancheranno" essendo in un paese in via di sviluppo...


Tabata Fioretto
Volontaria in Servizio Civile, Etiopia.

sabato 6 febbraio 2010

Perché iniziare col piede giusto è importante …


Sono le 16.00 è arrivato il momento … finito di impacchettare, come mio solito, le valige da profuga, carichiamo tutto in macchina e partiamo. Inizia a nevicare. Un amico ha la gentile idea di mandarmi un sms: ”anche il cielo ti saluta con la neve, regalandoti un po’ di atmosfera natalizia da portare con te” e io penso:”mannaggia l’oca, proprio adesso doveva iniziare a nevicare?! Non poteva aspettare altre 3 ore??!!! Non ci basta il traffico normale dell’ora di punta della tangenziale di Milano … no anche la neve ci vuole!” va bhe, Via Via, che è tardi, l’aereo parte alle 19.15!
A metà strada parlando con mamma e papà realizzo che il check-in chiude almeno mezz’ora prima del volo … mhhh sono le 18.00 siamo a San Giuliano imbottigliati in un traffico mai visto! Macchine, camion, neve casino … nooo perdo l’aereo!!!Ma cavolo, e si che me l’hanno detto 1000 volte di andare via prima perché a San Donato ci sarebbe stato molto traffico! Ma chi immaginava un casino così?
la lampada non è stata la pietra dello scandalo ( e chi vuole intendere, intenda) saremmo rimasti comnque imbottigliati.
“Dai papà fai guidare me che la faccio tutta in corsia d’emergenza! tanto anche se mi ritirano la patente non mi servirà per un anno.”
Ma papà “NO…guido io!” E se l’è sparata tutta lui la corsia d’emergenza, col rischio ritiro patente e multa esorbitante. Cosa non fa un papa per una figlia..”Papà ma tanto non arriviamo sono le 18.40 e non siamo ancora all’uscita”..Intanto chiamo un mio amico per avere in numero Lufthansa, ma chiaramente non esiste un operatore col quale parlare perché siamo tecnologici noi..prema 1 per l’inglese prema 2 per il cinese…e l’operatore?!! Ma oggi qualcuno non vuole che io parta…
E neve… e neve…
Non so papà come abbiamo fatto, ma io alle 19 ero in aeroporto.Mi butto giù dalla macchina e mi fiondo dal primo stuart Lufthansa che vedo … con tutta l’enfasi possibile lo supplico di imbarcarmi sull’aereo, anche senza bagagli (dopo una settimana che li preparavo con cura) l’importante è che io parta! Ero agitatissima, mancavano 15 min al decollo… “Guardi signorina”, (mi dice lo stuart) “forse ce la facciamo anche ad imbarcare i bagagli perché il volo è in ritardo, causa neve” THANKS GOD!!! E Grazie a mamma che ha pregato per tutto il viaggio!
Saluto i miei abbastanza rapidamente e VADO….ma n’do vado??? Aereo di 2 ore in ritardo quindi? Coincidenza a Francoforte persa! E va bhe almeno non è colpa mia! Cosi mi danno taxi ed albergo tutto rigorosamente già pagato da loro e mi dicono di ripresentarmi la mattina per il volo delle 10.00.
Dopo una notte in albergo ora aspetto solo di respirare l’aria d’ Etiopia…

Come inizio non c’è male, ma fortunatamente all’aeroporto trovo le ragazze subito che mi sono venute a prendere, una la conoscevo già le altre hanno facce simpatiche, meno male..il primo impatto è stato positivo.
Chiacchieriamo subito in macchina del più e del meno, nel frattempo osservo la città che mi scorre sotto gli occhi e cerco di intravedere che succede verso le 8.00 di sera in queste vie grandi del centro. Dall’aeroporto ci mettiamo una mezz’oretta ad andare a casa, passiamo dalla parte centrale di Addis Abeba e con mio stupore incontro un panorama completamente diverso da quello che mi ero immaginata. Immaginavo qualcosa più o meno come Nairobi, una grande megalopoli africana, con grandi ed alti palazzi ovunque, invece mi trovo tutti edifici bassi, rigorosamente con tetto in lamiera, piccoli negozietti a bordo strada che costeggiano le vie del centro. Un immagine cosi tranquilla, da non credere, pochissime luci… è sera e i negozi sono già chiusi, le strade asfaltate nella zona centrale hanno anche uno spartitraffico a volte con del verde nel mezzo. Ogni tanto sorge un grande palazzo in costruzione dove si più vedere solo lo scheletro in calcestruzzo armato e una fitta rete di pali stortissimi e alla vista molto precari, che servono da impalcatura. Mi hanno detto che 5 anni fa non esisteva neanche l’ombra di queste nuove costruzioni, ora invece pare che ne stiano costruendo abbastanza, ciò significa che un pochino l’economia inizia a girare anche qua.
Bhe arrivata a casa era buio e sono stata 5 minuti giusto per posare le valige e via per il centro ancora! Serata a base di cibo e musica tradizionale, bello, se non che, almeno mi ha ralletato la sorpresa della vista della casa … lascio perdere i dettagli vi dico solo che sembra una casa ante guerra senza più manutenzione..va bhe poteva andare peggio..come dicono qua “checcherellam” e cioè non c’è problema! Ancora non sapevo della perla…
L’indomani mattina pronta per connettermi ad internet ho avuto una bellissima sorpresa! L’ufficio va col modem, con la linea telefonica che per aprire una pagina ci mette 10 min ( e non sto scherzando) e continua a saltareeee!!!! Tra l’altro non riesco ad installare il modem sul mio pc, ergo non ho internet!!!
Assurdo … lo sapevo che l’Etiopia è uno tra i paesi con più bassa copertura internet al mondo, ma non immaginavo che in un ufficio internazionale potessero esistere ancora questi problemi, welcome to Etiopia!
Tutti i progetti che avevo di sentire il mondo con skype mi si sono vanificati sotto le mani, non vi dico che dispiacere ho a non avere internet perché è l’unico modo che si ha per rimanere in contatto e non sentirsi completamente in un altro mondo

Tabata Fioretto
Volontaria in Servizio Civile, Etiopia