Il mercoledì e il venerdì del mix di culture

Michela con Abeba, office assistant di CVM

L’Etiopia è il Paese che per un po’ chiamerò casa. Addis Abeba (nuovo fiore) è una città che si sveglia all’alba e si addormenta al tramonto. L’odore del pane appena sfornato, dei chicchi di caffè tostati e delle spezie, invade ogni sua strada. Nonostante la vita appaia particolarmente dura qui, nessuno sembra rinunciare al proprio orgoglio. Tutti hanno il tempo di regalarti un sorriso e scambiare due parole.

La Capitale è un mix interessante di culture e religioni, risultato di un ingente processo di urbanizzazione. Per i cristiani ortodossi, il mercoledì (erob) ed il venerdì (arb) –  sono i giorni di fasting, ovvero quando si rinuncia ai prodotti animali e derivati. Il venerdì – juma per i musulmani – è solitamente una giornata scandita dal canto del muezzin che richiama i fedeli alla preghiera quattro o cinque volte al giorno.

Ogni mattina, quando la città attraversa il suo momento di massima confusione,  ondate di bambini in divise colorate invadono le strade nel loro tragitto verso la scuola. I loro sguardi curiosi ci ricordano che siamo farangi (stranieri).

Michela Bracone –  Etiopia, Bonga

 

Non siamo poi così diversi

Sono bastati pochi passi per le strade affollate di Addis per avere un sentore di quel senso di umanità di cui abbiamo sentito tanto parlare da chi ha vissuto l’Etiopia prima di noi. C’è un buffo aneddoto che mi ha fatto riflettere. Pochi giorni fa, mente passeggiavamo per Addis Abeba, un gruppo festoso di bambini ha attirato la nostra attenzione chiamandoci a gran voce “China! China!”. Non riuscendo a capire la ragione abbiamo chiesto informazioni.

Con Yoannes insegnante di amarico. Da sinistra, Chiara Coscione, Michela Bracone, Elisa Pasquini, Manuel Morini .

Ci hanno spiegato che qui in Etiopia, visto l’elevato numero di persone di origine asiatiche, accade spesso che i locali non colgano alcune differenze tra un occidentale e un orientale. Solo ieri sorridevo chiedendomi come fosse possibile scambiare due tratti somatici così diversi tra di loro eppure oggi, camminando per una delle zone più trafficate della città, un asiatico mi ha affiancato di nuovo e in quel momento, in mezzo a una folla diversa da quella che i nostri occhi sono abituati a osservare, mi sono reso conto che tutto sommato non siamo poi così diversi!

 La verità è che le prospettive cambiano velocemente, l’importante è essere pronto ad accoglierne di nuove e non dar niente per scontato.

Manuel Morini – Etiopia, Bonga

 

Offrire tutto ciò che si può

Elisa Psquini con Biniam l’autista CVM ad Addis Abeba

È il 10 dicembre e siamo appena arrivati ad Addis Abeba. Ad aspettarci fuori dall’aeroporto c’è Lia, la Country Representative, e un piccolo gruppo di ragazzi etiopi che ci aiutano a caricare i bagagli. Attraversiamo la città, l’intenso odore delle spezie si mescola a quello dello smog. Arrivati alla casa del volontario, una donna di piccola statura e tutta sorriso viene ad accoglierci: è Abeba che ci dà il benvenuto.

Nel pomeriggio veniamo invitati dai nostri vicini per la cerimonia del caffè. Sui gradini all’ingresso c’è dell’erba fresca, simbolo di accoglienza. La stanza dalle pareti giallo scuro farà da cornice alla lunga e affascinante cerimonia che sta per iniziare.

Una ragazza molto giovane si siede su uno sgabello, davanti a lei un cestino con dei chicchi di caffè ancora verdi. Li rovescia con cura in un piccolo recipiente e comincia a tostarli: l’aroma del caffè invade subito la stanza. L’incenso accompagna la tostatura finché i chicchi non sono pronti per essere messi in infusione all’interno della gebena.  Dopo circa quaranta minuti la bevanda è pronta per essere servita e le tazzine dipinte e senza manico vengono riempite fino all’orlo: si offre tutto ciò che si può.

Elisa Pasquini  – Etiopia, Debre Marcos

 

Mai si nega un saluto e un sorriso

Chiara Coscione e Tamrat, custode dell’ufficio CVM.

Sono bastati pochi passi per le strade affollate di Addis Abeba per avere un sentore di quel senso di umanità di cui abbiamo sentito tanto parlare da chi ha vissuto l’Etiopia prima di noi. Non è semplice da spiegare, potremmo definirlo un intimo sentimento umano che traspare in molti etiopi.

Si tratta di essere orgogliosi e felici di ciò che si ha, figurine di popstar indiane o un invito a partecipare a una cerimonia religiosa scandita dalla melodia di una begenna: il modo in cui vogliono condividerle con te –ferenji o straniero- ogni piccola cosa è un gesto umano; altra definizione non esiste. In condizioni di vita complicate, mai si nega un saluto e un sorriso, ciò che permette agli uomini di comunicare tra di loro.

È con questo spirito che gesticolando abbiamo gustato la nostra prima injera (il piatto tipico etiope), abbiamo partecipato alla cerimonia del caffè ma soprattutto abbiamo fatto conoscenza di un ambiente di lavoro dinamico e avvincente, ricco di persone che remano verso la medesima rotta.

Chiara Coscione – Etiopia, Debre Marcos

 

 

Prospettiva Etiopia. I passi ad Addis Abeba dei volontari Servizio civile nazionale