Negli ultimi anni, a causa dei nuovi conflitti e del perdurare di decennali situazioni di crisi a livello globale, il numero di rifugiati e richiedenti protezione internazionale è cresciuto in maniera esponenziale e l’esperienza degli ultimi decenni ha mostrato quanto l’integrazione non sia un processo facile e spontaneo.

Come viene affermato nel report dell’UNHCR sul tema dell’integrazione, «… In considerazione della pluralità delle dinamiche e degli aspetti che la determinano, secondo l’UNHCR l’integrazione dovrebbe essere intesa come il frutto di un “processo bidirezionale dinamico e articolato”, che vede attivamente coinvolti sia i titolari di protezione, i quali devono essere preparati ad integrarsi pur senza rinunciare alla propria identità culturale, che le comunità e le istituzioni pubbliche, con il compito di sviluppare politiche sensibili ai bisogni di una popolazione differenziata»[1].

Migrazione e integrazione sono, dunque, fenomeni complessi che richiedono risposte politiche consapevoli ed efficaci volte a superare le difficoltà accresciute con la crisi economica degli ultimi anni, con i tagli al sistema di welfare e con il sovrapporsi di competenze tra i diversi attori istituzionali, sia a livello nazionale che a quello locale, elemento di ulteriore complessità nella programmazione e nella gestione di misure  capaci di favorire i processi d’integrazione dei/delle cittadini/e immigrati/e.

Come previsto nello schema di capitolato d’appalto per la fornitura di beni e servizi necessari al funzionamento dei centri di accoglienza (adottato nel mese di marzo 2017 con decreto del Ministro dell’Interno), così come espresso nella Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale europeo e al Comitato delle Regioni sull’integrazione dei cittadini di paesi terzi del 2016, la conoscenza della lingua, delle norme e dei valori è uno strumento fondamentale di relazione con la società ospitante. A tal proposito il “Fondo Asilo Migrazione e Integrazione 2014-2020 (FAMI)”, istituito con Regolamento (UE) 516/2014 del Parlamento Europeo e del Consiglio, finanziando azioni rivolte a migrati economici, richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale, rappresenta lo strumento di promozione della gestione integrata del fenomeno migratorio. Attraverso il FAMI vengono posti in essere interventi per l’accoglienza dei migranti, per la loro integrazione, di cui l’apprendimento della lingua ne rappresenta l’imprescindibile punto di partenza.

L’apprendimento della lingua è una necessità e un diritto: «L’istruzione e la formazione sono tra gli strumenti più efficaci ai fini dell’integrazione ed è opportuno garantirvi e promuoverne l’accesso il prima possibile (…). Imparare la lingua del paese di destinazione è essenziale per un processo di integrazione efficace da parte dei cittadini di paesi terzi. Devono essere organizzati programmi di integrazione linguistica il prima possibile dopo l’arrivo, che siano adattati alle esigenze di ciascuno a seconda delle rispettive competenze linguistiche e che associno l’apprendimento delle lingue a quello di altre capacità e competenze o esperienze lavorative. È necessario porre particolare attenzione per garantire che a tali corsi partecipino anche le donne al pari degli uomini»[2].

L’inadeguata conoscenza della lingua, l’incapacità di esprimersi  sono i presupposti dell’esclusione sociale: dalla difficoltà nell’accesso a informazioni e servizi, alla incapacità di esprimere bisogni fino alla impossibilità di entrare in relazione con il contesto sociale e sentirsi parte della comunità ospitante. Conoscere la lingua risponde anche ad una necessità pratica, quale l’opportunità di accesso al mercato del lavoro, ai servizi essenziali e, in ultima analisi di esercitare in maniera efficace i propri diritti.

Se il successo del processo di integrazione dipende dalle strategie di inclusione messe in atto sin dall’arrivo nel paese di accoglienza, l’interazione efficace con la comunità locale si configura, allora, come il primo passo nel percorso di inclusione.

In tal senso, la risposta al bisogno primario di apprendimento linguistico offerta mediante corsi di italiano svolti nelle scuole pubbliche in cui sono presenti i Centri Permanenti di Istruzione per Adulti (CPIA) o promossi da realtà del volontariato e dell’associazionismo richiede responsabilità e competenze da parte di chi è impegnato nell’insegnamento dell’italiano come lingua seconda.

Da una parte i molteplici e complessi bisogni formativi, le diverse situazioni di partenza, le vulnerabilità specifiche, le capacità linguistiche pregresse del singolo e il suo livello di scolarizzazione e dall’altra metodologie di insegnamento non appropriate, un numero di ore erogate, a volte insufficiente,  la scarsa spinta motivazionale o la difficoltà oggettiva di frequentare i corsi rendono difficoltoso il successo dell’apprendimento linguistico e richiedono azioni di formazione linguistica e civica volte a migliorare l’offerta, l’erogazione e la fruizione dei servizi presenti e l’utilizzo di metodologie innovative o più efficaci di insegnamento.

Sebbene in Italia non sia previsto alcun riconoscimento per la “professione” di docente di italiano a stranieri, né nel pubblico né nel privato, l’insegnamento dell’italiano L2, in particolare agli adulti, richiede una preparazione specifica da parte dei docenti, per la quale sono stati predisposti da alcune importanti Università italiane dei percorsi formativi specifici.

Nella mia esperienza, comune a molte persone in questo settore, mi sono avvicinata all’insegnamento della L2 in modo quasi casuale e volontaristico, lasciando allo spontaneismo e all’improvvisazione l’azione didattica. Dopo la mia prima esperienza di volontariato nell’insegnamento dell’italiano L2, mossa da entusiasmo e motivazione da nativa italiana interessata all’incontro con altre lingue, ho sentito la forte mancanza di strumenti teorici e pratici per esercitare il ruolo e la necessità di una formazione specifica sia per rispondere in maniera adeguata ai bisogni linguistici degli/delle apprendenti, sia per rendere qualitativamente pregnanti i corsi che via via andavo erogando, ad un target sempre più variegato di studenti.

Ho intrapreso, così, diversi percorsi per la qualificazione dell’insegnamento dell’italiano L2. Oltre allo studio individuale ed ai corsi di perfezionamento/aggiornamento, ho deciso di conseguire le Certificazioni in didattica dell’Italiano come L2 (certificazione Cefils dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e certificazione Ditals II livello dell’Università per Stranieri di Siena). Esse rappresentano titoli culturali e interessanti opportunità formative che attestano la preparazione teorico-pratica nel campo dell’insegnamento dell’italiano a stranieri e garantiscono un certo grado di omologazione, al di là dei percorsi formativi specifici, con l’obiettivo di dare valore e riconoscimento alla professione e puntare sulla qualità dell’insegnamento attraverso la qualità dei docenti.

A cura di Cristina Valentini, insegnante italiano L2

 

[1] Focus group sul tema dell’integrazione, report finale UNHCR.

[2] Strasburgo, 7.6.2016 , Piano d’azione sull’integrazione dei cittadini di paesi terzi.

Insegnare l’italiano ai migranti con CVM
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