«L’impressione che ho avuto quando sono entrato in quei centri di quarantena era di avere di fronte a me un’armata: un’armata di donne di una potenza incredibile, perché tutte giovanissime, e grazie a Dio, per la maggior parte in buona salute. Dispiace pensare che queste ragazze giovanissime, debbano affrontare veri e propri viaggi della speranza e sono letteralmente fortunate ad essere tornate a casa.»

Con queste parole, Giampaolo Longhi, capomissione di CVM in Etiopia, ci racconta il suo incontro con le 649 lavoratrici domestiche etiopi emigrate in Libano che sono riuscite a rimpatriare e che un comitato interministeriale istituito dal governo di Addis Abeba e l’Organizzazione mondiale delle Migrazioni (OIM), ha affidato al CVM.

Sono centinaia di migliaia le donne rimaste senza lavoro, quindi senza casa e senza soldi, che stanno tornando in Etiopia dal Libano, nonché da altri paesi arabi come l’Arabia Saudita; ad oggi ne sono rientrate in tutto circa 16.400.

«Il governo etiope da solo non ce la potrebbe mai fare, è così che interviene tutto il tessuto della cooperazione internazionale, a partire dalle Nazioni Unite, l’OIM e organismi come CVM», spiega Giampaolo. Il Ministero degli esteri etiope facilita il pagamento fino al 50% del biglietto aereo quando avviene un’identificazione da parte di organismi internazionali. Uno di questi è la Caritas libanese, partner di CVM, che identifica casi e fornisce loro assistenza segnalando alle ambasciate e ai consolati etiopi locali la presenza di queste donne, di modo che, quando c’è l’opportunità di acquistare un biglietto aereo, vengano considerate per il rimpatrio.

“Secure Women Migration Cycle” è il progetto in corso, finanziato dall’Agenzia italiana alla cooperazione allo sviluppo e realizzato grazie alla partnership tra Celim, Caritas Libano, Caritas Etiopia e CVM. L’obiettivo è quello di dare assistenza alle lavoratrici domestiche sia in Libano che in Etiopia, facilitando il loro ritorno in patria e la loro reintegrazione nel tessuto sociale di origine. In due anni sono stati raggiunti notevoli risultati e CVM ha garantito assistenza e formazione a 149 donne.  

 In questo momento di crisi, si è fornita una tempestiva assistenza sanitaria, psicologica ed economica, consegnando a 649 lavoratrici domestiche una ‘dignity bag’ contenente beni di prima necessità, dispositivi di protezione dal Covid-19 e un contributo di 3000 birr, circa 90 euro.

Le  donne hanno concluso il loro periodo di quarantena ad Addis Abeba e adesso stanno transitando per tornare a casa. CVM ha un database all’interno del quale ci sono tutti i loro contatti e le località di provenienza, attraverso cui è stato possibile avvertire le famiglie del loro ritorno e con cui verranno poi erogati corsi di formazione a distanza. Si tratta di fornire loro una formazione per sviluppare competenze professionali e personali (Basic Business Skill e Life Skill Training)  in modo tale da aiutarle a reagire, anche attraverso l’apertura di piccole attività, per cui è stato stanziato un budget d’impresa iniziale.

La consegna della ‘dignity bag’ alle lavoratrici domestiche

 

«In questo momento le donne stanno transitando per andare a casa, ad eccezione di 18 di loro che il Ministero etiope ha individuato come casi psichiatrici fortemente vulnerabili e sono attualmente ospitate negli shelter di CVM dove ricevono ulteriori cure e assistenza specifiche», dice Giampaolo. «Come cooperanti internazionali, stiamo tecnicamente aiutando le ragazze che hanno avuto un’esperienza migratoria di fallimento, facilitando il loro rientro e la loro integrazione. Tuttavia, quando nasci in un contesto rurale in Etiopia, o comunque un contesto di povertà come è per la grande maggioranza dei casi qui, quando non hai opportunità, non puoi andare a scuola, la tua famiglia ti mette ai lavori forzati – anzi, molto spesso è la famiglia stessa che ti spinge a migrare per poi mandare soldi a casa -, non possiedi altra scelta, non hai l’opportunità di essere integrato e di poter realizzare i tuoi sogni a casa tua, vivendo una vita dignitosa. Si capisce bene quindi che con il loro ritorno il problema non è eliminato, perché se tornano a casa e troveranno le stesse complicazioni che le hanno portate a partire, sarà davvero complicato tenerle nel loro paese. A meno che il governo ed il contesto non diano loro l’opportunità di realizzarsi .»

Tra le altre cose, il progetto SWMC ha anche finanziato un Dottorato di ricerca in collaborazione con l’Università di Urbino, per analizzare e studiare il fenomeno migratorio e quali sono le motivazioni che spingono queste giovani donne a partire. Sono donne di un’età compresa tra i venti e i trent’anni, ma ci sono anche tante minorenni che falsificano l’età anagrafica.

Quando il tentativo di migrare e di farsi una vita altrove non va a buon fine, molte hanno persino vergogna di tornare a casa, perché le famiglie spesso si indebitano per mandarle all’estero nella speranza di un futuro migliore. Le nostre beneficiarie tornano invece con le mani vuote, a malapena hanno qualche vestito addosso e con problemi psicologici, spesse volte anche con dei figli perché vittime di stupro: sono donne ad altissimo tasso di vulnerabilità.

 

Il ritorno a casa delle 649 lavoratrici domestiche etiopi