Tutti i giorni, per qualche tempo, fuori dalla mia casa, veniva un gatto randagio e mio padre gli dava da mangiare. Poi mio padre si ammala e non esce di casa per qualche giorno. Quando si riprende, scopre che il gatto è morto. Nessuno, mentre lui stava male, gli aveva dato da mangiare, al posto suo.”

Noman, mi racconta questa storia ed io l’ascolto assorto.

Poi riflettendoci nei giorni successivi, mentre mi portavo questo racconto dentro, capisco il messaggio che c’è dietro: ognuno è chiamato a prendersi le sue responsabilità, a non girarsi dall’altra parte, a non dimenticarci che c’è l’altro e a non prendere scuse.

Che poi, in altre parole, è un po’ quello che ebbe a dire l’attore Pino Caruso: “A fare il male non ci si stanca mai; è a fare il bene che ci si stanca facilmente.

Siamo a cavallo della “Giornata Mondiale del Rifugiato”, che quest’anno si celebra il 20 giugno.

Mi tornano in mente gli sguardi e le storie di tutti i ragazzi che hanno vissuto con noi un pezzetto della loro vita, ospiti del nostro Progetto Sprar “Sconfinamenti” di Porto San Giorgio.

Blessing (*), è una ragazza nigeriana e quando arriva, è da poco maggiorenne, ma sorride sempre a tutti, anche quando all’inizio parla poco italiano, e prevalentemente inglese. Va a scuola, è in gamba, le altre ragazze della casa le vogliono bene, specialmente Amina, la signora somala, più anziana che la considera un po’ come una figlia. Si innamora di Abram, un ragazzo ospite del nostro progetto. Lui il bello e dannato, all’inizio un po’ scavezzacollo, non ama la scuola, ma si rivela presto diligente e motivato, quando gli si apre la possibilità di un tirocinio lavorativo presso un ristorante che frequenta con impegno e dedizione. Ci viviamo tutto il loro amore e la gravidanza successiva. E’ stata una gravidanza accolta con emozione da entrambi. Blessing, in seguito alla gravidanza, ha un continuo eccesso di salivazione (scialorrea). Così si inventa un barattolo di latta da portare in borsa con sé, e nel quale sputare ogni tanto, al bisogno. Il barattolo, ribattezzato “la sputacchiera” era un oggetto dal quale non si separava mai. Dal loro amore, nasce Mia, una bambina bellissima con gli occhietti vispi e furbetti come il papà e un sorriso meraviglioso come quello della mamma.

Raja (*), viene dalla Palestina. Stava in un CAS fuori Roma. Quando arriva non parla una parola d’italiano. Arriva con un’altra ragazza nigeriana, che viene dallo stesso CAS e il primo ricordo è l’enorme mole di bagagli che accompagna il loro arrivo a Porto San Giorgio. Quando arriva, mangiamo tutti insieme un kebab. Capisco, parlandoci in inglese, che ama il mare, così l’indomani, la prima cosa che faccio è portarla a vedere il mare. Lei si commuove e mi racconta che suo papà le ha insegnato a nuotare. Prima di lasciare la sua terra, lavorava in un centro estetico e riusciamo a recuperare delle foto di alcuni dei make-up realizzati, che portiamo a stampare da un fotografo, così da creare un book, da allegare al suo cv. Sogna di lavorare in una parrucchieria o in un centro estetico e a breve darà l’esame di terza media.

Noman (*), il ragazzo della storia. Viene dal Pakistan ed è un mix tra un filosofo ed un saggio. Hai i lineamenti di un principe persiano leggendario. Quando arriva parla solo inglese ed urdu. In poco tempo, con l’aiuto di un corso d’italiano interno al progetto, ma soprattutto lavorando da solo a casa, leggendo tanto, guardando i film in italiano con i sottotitoli, facendo esercizi, impara in poco tempo la lingua italiana in maniera fluente. Si appassiona in maniera particolare alla fiction “L’amica geniale” che guarda puntata per puntata. Ora è volontario attivo della “Croce Azzurra” locale e sta scrivendo un libro in cui racconta la sua storia e che vuole pubblicare in Italia.

Dietro ai volti, dietro a quegli occhi, ci sono tante storie. Storie che vanno conosciute.

Sono tutti troppo occupati a parlare troppo, spesso a vuoto, a vanvera. Troppo occupati a giudicare, sparare sentenze. Ad essere contro a priori, solo perché ci dicono di essere contro. Ma contro cosa? Contro chi?

Torniamo ad ascoltare. Ascoltare, ci permette di capire, entrare nel profondo.

Conoscere. Questa è l’unico modo per cambiare le cose.

Ognuno deve fare la sua parte. Cominciando dal quartiere, dai vicini, dalla famiglia, dagli amici.

Se siamo in tanti, forse, il gatto non morirà più.

Luca Vagnoni
Resp. Progetto SPRAR Sconfinamenti

(*) per questioni di privacy i nomi sono stati cambiati

“Il gatto forse, non morirà più’”