CVM ha da poco completato la realizzazione di un acquedotto per la comunità di Bolla, nel distretto di Basketo sito nelle Southern Nations, 500 km a sud della capitale Addis Abeba. Otto mesi di lavori nell’ambito di un programma della Cooperazione Italiana hanno portato alla costruzione di una linea di distribuzione lunga tre km e finalizzata in sei punti di approvvigionamento idrico in grado di servire circa 4.000 persone. Un tempo breve, considerato il contesto di difficoltà logistiche e assenza di mezzi. In occasione dell’inaugurazione dell’opera, abbiamo viaggiato verso sud per conoscere una delle realtà piú remote e critiche del Paese.

Immaginate un luogo ai confini del mondo, forse appena fuori. Dove tempo e spazio si dilatano in nuove espressioni. Dove il paesaggio abita le persone, non il contrario. Dove l’essere é vivente. Quaggiù la natura è ancora prepotente e selvaggia, e una vegetazione assurdamente varia fa da cornice a una vita agraria e assolutamente tranquilla. Chi vive quelle terre, veri e propri montanari africani, coltiva e alleva in bilico tra le foreste spontanee di bambù e caffè, le banane e gli alberi di mango, le acacie e i ficus giganti, con nuvole pachidermiche a un palmo dalla faccia. I prati verdi dei pascoli che circondano gli agglomerati di Kojo Bet (capanne circolari di fango e paglia, tradizionali della zona), sono talmente ordinati e curati da ricordare la Svizzera o il Sudtirol piuttosto che l’Africa Subsahariana.

 

 

 

 

 

 

 

L’altopiano etiopico, nel sudovest, è una vera meraviglia. Raggiungerlo, però, è tutt’altro che semplice. O comodo. Sembra come se quel verdeggiante tappeto sia stato steso – chissà quanto tempo fa – sopra un immenso piano ondulato; dono dei più esuberanti movimenti tettonici (quelli che hanno creato la Great Rift Valley, spaccatura che percorre quasi 10.000 km dalla Turchia al Mozambico e attraversa, per l’appunto, l’Etiopia da nordest a sudovest). E dunque le vie di terra si snodano tra le gole e si arrampicano sulle montagne, salvo poi distendersi improvvisamente su sterminate pianure.

Lungo la strada che collega Arba Minch (ultimo aeroporto a sud) al distretto di Basketo – appena 200 km a ovest, ma che richiedono quasi sei ore di jeep – si ha il tempo per osservare le forme e i colori e per respirare l’aria di quel posto sperduto, ma non si comprende realmente dove ci si trovi finché, dopo tre ore di guida e una repentina salita verso i tremila metri, si raggiunge il tornante mozzafiato di un valico, esposto e senza protezioni. Da quest’altissima terrazza, subito prima di ridiscendere verso valle, si viene travolti dall’immagine di un infinito ripetersi di grandiosi solchi e violenti rilievi in ogni direzione. Gobbe verdi chiazzate di tanti gialli. Come in volo, a emergere da fitte nuvole grasse, per un momento si scorge l’orizzonte dall’alto del cielo libero prima di ricadere verso il basso. Appare chiaro, in quel preciso istante, che si è poggiato il piede, senza neppure accorgersene, su un altro pianeta.

Il sole rimane caldo fino a tardo pomeriggio, quando inizia la sua lenta ma costante discesa alle spalle delle montagne. Con la notte, arriva pure il freddo perché, sebbene prossima all’equatore, è pur sempre alta montagna. Si tratta veramente di una forte escursione termica che, già di per sé, costringe i più al focolare. Ma soprattutto, arriva il buio. Buio pesto e indomito, ammorbidito solo nelle notti di luna piena. Spettacolo affascinante. Minuscole lucine di tanto in tanto, come lucciole, perse nella vastità nera. L’inquinamento luminoso è nullo (perché nulla è la rete di illuminazione artificiale presente nella zona) e in combinazione con l’altitudine, regala un cielo stellato di rara bellezza. Tuttavia, per quegli etiopi, il sopraggiungere dell’oscurità significa la fine della vita sociale, il termine di ogni contatto comunitario all’infuori della famiglia – che forse anche per questo motivo conserva un ruolo importante nella loro cultura.

La nuova strada asfaltata – per così dire – durante il giorno pullula di vita, il che rallenta ulteriormente il viaggio. A piedi, gruppi sparsi di persone percorrono lunghe distanze tra un villaggio e l’altro per fare del piccolo commercio; per lo più compravendita di prodotti della terra e semplici lavorati. Bambini piccolissimi governano con sapienza mandrie di buoi o capre. Gli uomini traportano a mezzo mulo fascine di legno e Teff (il comunissimo cereale utilizzato per la preparazione dell’Injera). Le donne, invece, avanzano piegate sotto il peso delle taniche d’acqua che portano sulla schiena. Tutti si voltano a guardare dentro le rare auto che passano con la curiosità di chi dei bianchi ha spesso solo sentito parlare. “Farenji!” (lo straniero bianco in amarico) è il grido ripetuto e sorridente quando si incontrano gli sguardi di individui uguali ma allo stesso tempo così diversi.

Al di là di ogni schema, lontano da qualsiasi possibilità, cos’è il progresso? Su e giù per quelle montagne, dentro e fuori da quei piccoli villaggi, l’occidentale ha quasi un mancamento quando, interrogandosi su come si possa sopravvivere senza l’informazione online superveloce, i social network con i dati mobili, dei trasporti comodi, mille ristoranti e farmacie, tutta la luce del mondo, si rende conto che laggiù queste cose non esistono. Non esiste globalizzazione dove vivono gli ultimi. Si riscoprono, gioco forza, i bisogni primari. È l’acqua il grande problema. Non la sua assenza, ma l’impossibilità di accedere ad acqua pulita. Il paradosso di una Nazione ricca di una risorsa che non riesce a distribuire in sicurezza.

 

L’inaugurazione, subito trasformatasi in una vera festa, si svolge tra canti e balli tradizionali, caffè, enset (radice di falso banano) e miele di acacia. Per l’occasione si è radunato tutto il villaggio e tanti sono accorsi dai villaggi vicini, migliaia di persone riunite su una collinetta baciata dal sole. D’obbligo una visita alla fonte: mezzora di scarpinata che toglie il fiato all’occidentale abituato a fare solo pochi metri per raggiungere il rubinetto e fa capire quanto fosse impegnativo, prima dell’acquedotto, fare provvista d’acqua.
Vedere certi luoghi e assistere alla festa dell’acqua inchioda un pensiero in testa. È incredibile il rispetto che essi hanno per una risorsa che noi, nel nord del mondo, diamo per scontata. Noi che laviamo le auto e i pavimenti con l’acqua potabile e abbiamo più rubinetti di quanti ne possiamo contare. Per quella gente l’acqua è il centro della vita. Quando l’acquedotto viene messo in funzione, per l’occasione i rubinetti si aprono a fontana. I bimbi urlanti di gioia si accalcano per sciacquarsi il viso e lanciare qualche gavettone mentre gli adulti li stanno a guardare e si abbracciano. Un grande, allegro, caos generale. Gli anziani sono gli unici che mantengono un solenne contegno; loro hanno visto i compaesani morire per l’acqua, le ragazzine andare su e giù per la montagna a prenderla e i bimbi berla dove altri si lavavano. Ma sono anche quelli che più di tutti sanno quanto l’acqua potabile cambierà la vita delle nuove generazioni nel villaggio e per questo, in fondo al cuore, sorridono.

Francesco Luise, Addis Abeba.

Il dono dell’acqua